"I ricercatori non crescono sugli alberi" è il titolo del libro scritto a quattro mani da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sulla ricerca e l'università in Italia. E' stato pubblicato da Laterza a gennaio 2010. A cosa serve la ricerca, perché finanziarla, cosa fanno i ricercatori, che relazione c'è tra ricerca ed insegnamento, come riformare il sistema della ricerca e dell'università, a quali modelli ispirarsi. Due cervelli non in fuga denunciano la drammatica situazione italiana e cosa fare per uscire dalle secche della crisi. Perché su una cosa non c'è dubbio: se ben gestito, il finanziamento alla ricerca non è un costo ma l'investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e delle nuove generazioni.
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mercoledì 31 agosto 2011
Fluttuazioni economiche selvagge di mezz’estate
Tra i ragionamenti che rimbalzano sulle prime pagine dei quotidiani, della crisi economica riesplosa con grande virulenza questo agosto (mese abbastanza a rischio, a quanto pare), ce n’è uno che, semplificando, può essere così riassunto:
(1) Quello che è avvenuto mostra che i mercati alle volte falliscono.
(2) I governi e la politica falliscono più gravemente dei mercati.
(3) Dunque non possiamo sperare (pretendere?) che i governi, che questa volta come tante altre non hanno dimostrato le capacità di “salvarci” dalla crisi economica, potranno prendere in mano la situazione. L’unica possibilità è che i mercati, auto-regolandosi (magari una volta “liberati” dalla residua intromissione dello Stato), possano in qualche modo imporre agli Stati le politiche economiche “giuste” che siano in grado di ricondurci verso la retta via dell’ “equilibrio”.
A mio avviso la conclusione (3) è sbagliata prima di tutto in quanto sono sbagliate le premesse (1,2). Innanzitutto: in che senso i meccanismi di mercato falliscono? Falliscono rispetto a cosa? Quello che succede nei periodi di crisi economica, e in modo speculare nei periodi di boom economico, dal punto di vista, ad esempio, dei prezzi delle azioni, sono delle grandi fluttuazioni: le crisi rappresentano delle grandi variazioni negative dei prezzi. Dunque, la domanda è: queste fluttuazioni così grandi sono degli eventi davvero così improbabili come i modelli economici predicono?
I prezzi non si possono predire, ma le loro fluttuazioni possono essere descritte matematicamente. Il punto critico riguarda il tipo di descrizione statistica che si assume (o si misura) nei dati. Un’assunzione fondamentale, ipotizzata da un matematico francese, Louis Bachelier, agli inizi del secolo scorso, e usata, in modo più sofisticato, dai modelli finanziari correnti, è che le variazioni dei prezzi siano statisticamente indipendenti: quello che succede oggi è indipendente da quello che è successo ieri, e dunque quello che succederà domani è indipendente da quello che è successo oggi; inoltre quello che fa un agente di borsa è indipendente da quello che fa un altro.
Questo tipo di schema teorico porta però a delle conclusioni paradossali: ad esempio le variazioni dei prezzi così grandi, come quelle a cui stiamo assistendo in questi giorni, ma che abbiamo già visto ripetersi tante altre volte nel recente e prossimo passato (il martedì nero del 1987, la crisi delle economie asiatiche del 1997, ecc.), dovrebbero avvenire, secondo questi modelli, un volta ogni centinaia di migliaia di anni o più. Gli economisti ortodossi invocano allora la presenza di calamità “naturali” che fanno sballare tutte le predizioni, o che, più prosaicamente, fanno accadere eventi improbabili a ripetizione. Ma forse, più semplicemente, come ha discusso Benoit Mandelbort, uno dei matematici e pensatori più influenti ed importanti del 900, nel suo libro “Il disordine dei mercati” le assunzioni alla base dei modelli ortodossi sono completamente sbagliate e i cambiamenti repentini ed estremi dei prezzi sono la norma nei mercati finanziari e non delle aberrazioni che possono essere ignorate.
Perché dunque vi sono variazioni dei prezzi (o fluttuazioni) così grandi (Nassim Nicholas Taleb, le chiama “Il cigno nero”)? Avvengono perché ci sono degli eventi correlati, ovvero perché tanti agenti di borsa fanno contemporaneamente la stessa cosa: vendono (o comprano) le stesse azioni. Perché quello che è avvenuto nel passato influenza quello che succede nel presente e che avverrà nel futuro. In altre parole, appaiono fenomeni coerenti su grandi scale temporali e spaziali: in termini tecnici si formano correlazioni a lunga portata. La presenza di queste correlazioni non è contemplata dai modelli economici basati sull’indipendenza degli eventi (ovvero statistica Gaussiana ).
La descrizione ortodossa delle fluttuazioni dei prezzi, dunque, non solo non è capace di prevedere, ma neppure di interpretare, quello che succede nella realtà. Ovviamente, non è la realtà a fallire, quanto piuttosto la pretesa che i mercati siano capaci di auto-regolarsi e siano caratterizzati da piccole e indipendenti fluttuazioni. In realtà dunque il punto (1) diventa: (1a) le fluttuazioni tipiche dei mercati finanziari sono grandi (o selvagge).
Non sono perciò i mercati che falliscono rispetto a un andamento “teorico” che prevede l’assenza di grandi variazioni che sono invece intrinseche ai mercati finanziari. Sono piuttosto i modelli teorici a essere basati su assunzioni (o dogmi) irrealistici rispetto alla realtà. E sono i mercati stessi portatori di situazioni d’instabilità; l’idea che i mercati tendano ad auto-regolarsi raggiungendo una situazione di “equilibrio” è contraddetta infatti dalla semplice analisi delle serie temporali delle variazioni dei prezzi. Ed è dunque semplicemente irrealistico pensare che i mercati costringano i politici a “comportarsi bene”. Serve piuttosto la buona politica, quella che è capace di pensare al bene comune, che guarda lontano nel tempo e che per queste ragioni ha consenso, per iniziare a pensare a come regolare una roulette russa globale che ci sta rapidamente portando verso una catastrofe annunciata: non mi sembra ci sia un’altra strada possibile.
(Il Fatto Quotidiano)
martedì 7 giugno 2011
Tasse universitarie: fatti, miti e ideologia
La discussione sull’ammontare delle tasse universitarie tocca vari punti politici e strategici di primo piano, dal ruolo dello Stato e dell’intervento pubblico, alla missione stessa dell’università; per questo è necessario che ci sia un dibattito approfondito su questo argomento. Andrea Ichino ha recentemente riportato i punti salienti di un’interrogazione parlamentare (primo firmatario Pietro Ichino - Partito Democratico) in cui si propone di aumentare le tasse universitarie ed introdurre un sistema di prestiti sul modello recentemente adottato in Inghilterra. Secondo i proponenti, le ragioni a favore dell’aumento delle tasse universitarie sono: (i) maggiori tasse implicano maggiore qualità e (ii) maggiori tasse con prestiti d’onore implicano una maggiore giustizia sociale. Prima entrare nell’analisi del merito della proposta è necessario fare chiarezza su alcune delle assunzioni su cui si basa; nelle parole di Ichino: “dare ai poveri un'università gratis ma di pessima qualità è una truffa”.
(1) L’università italiana non è gratuita. Nel rapporto dell’OCSE “Education at a Glance 2010” a pagina 244 troviamo un confronto tra le tasse universitarie di diversi paesi. In particolare si nota che “Tra i paesi dell’Europa a 19 per i quali i dati sono disponibili, solo l’Italia, l’Olanda, il Portogallo e l’Inghilterra hanno tasse annuali al di sopra di 1100 dollari per studente a tempo pieno”. Come illustrato in Figura 1, tra le 14 nazioni considerate nel biennio 2006/07, l'Italia si colloca sesta come tasse universitarie, ma ultima come percentuale di studenti beneficiari di contributi per diritto allo studio. Si noti inoltre che il fondo integrativo statale per le borse di studio è recentemente passato da 246 a 76 milioni (-69%, un taglio enorme) equivalente al taglio di 45.000 borse su 150.000 erogate (che già coprivano solo l'82.5% degli aventi diritto). Dunque mentre le rette in Italia sono paragonabili, se non addirittura più alte, a quelle d’altri paesi europei, gli studenti meno abbienti non ricevono un aiuto rilevante a causa delle carenze strutturali di una politica per il diritto allo studio che dovrebbe essere lo strumento per rendere il sistema socialmente più equo, come avviene in altri paesi europei.

(2) L’Università italiana non è di pessima qualità. La ricerca italiana si colloca al settimo posto al mondo per volume totale di citazioni. Anche considerando il volume totale di pubblicazioni o l’H-index globale l’Italia si posiziona sempre tra le prime dieci posizioni. Considerando che l’investimento in ricerca e sviluppo, sia in termini assoluti che come percentuale del PIL, è minore dei paesi che ci precedono (Francia, Inghilterra oltre che Stati Uniti) possiamo concludere che l’efficienza del sistema universitario e della ricerca italiano è discreto (il che non significa che non sia improrogabile intervenire per migliorarlo). Questa situazione è spesso chiamata “paradosso italiano”. D’altra parte, per interpretare correttamente l’informazione contenuta nelle classifiche internazionali degli atenei, spesso citate a dimostrazione della mediocrità del sistema universitario italiano, e per identificare le sue criticità, è necessario: (i) considerare separatamente i diversi indicatori in base ai quali queste sono costruite, (ii) considerare anche le classifiche scorporate in base ai diversi campi disciplinari e (iii) conteggiare degli indicatori globali come ad esempio il numero di atenei di ogni paese inclusi nelle prime 500 posizioni. Uno studio dettagliato si trova nel libro di Marino Regini e collaboratori (Donzelli, 2009) in cui si conclude che “il vero svantaggio delle università italiane non risiede nella qualità della ricerca quanto nella bassa internazionalizzazione dei loro studenti e docenti”.
(i) Tasse più alte equivale a maggiore qualità? Chi scrive è convinto che la qualità di un ateneo non può essere semplicemente misurata dal ranking nelle classifiche internazionali. Tuttavia se seguiamo questa maniera di valutazione, troppo spesso superficialmente usata, troviamo che Italia le università in cui le rette sono più alte, la Bocconi e la Luiss, non compaiono tra le prime 500 posizioni in nessuna classifica internazionale, a differenza di un discreto numero università statali, in cui le rette sono notevolmente più basse. Inoltre, guardando al caso del Regno Unito, nessuno studio dimostra che la qualità dell'insegnamento e della ricerca siano aumentate dal 1998 (anno in cui sono state introdotte le tasse universitarie) ad oggi proporzionalmente alle tasse universitarie. Dunque, non è vero che le università pubbliche italiane siano quasi gratuite, che la qualità sia infima e che maggiori tasse comportino maggiore qualità. Consideriamo ora l’altro argomento che, secondo gli autori, giustificherebbe la proposta dell’innalzamento delle tasse e dei prestiti d’onore, quello della giustizia sociale, ovvero evitare che:
(ii) “Siano i poveri a pagare l’università dei ricchi”. In pratica gli autori della proposta vorrebbero evitare che qualcuno (i poveri) paghi per qualcosa di cui non usufruisce direttamente ma che anzi va a vantaggio di altri (i ricchi). Questo, ad esempio, già avviene con la sanità quando si pagano le tasse ma si gode di buona salute, condizione che però non dipende dal censo. D’altra parte, secondo gli autori, l’istruzione va vista come un investimento personale finalizzato all'incremento del reddito a vantaggio del singolo e non della collettività; per questo motivo sarebbe socialmente giusto che ognuno paghi di tasca propria, in particolare perché chi si avvantaggia maggiormente dell’istruzione proviene generalmente da una famiglia più abbiente: discutiamo ora questo aspetto della proposta. La premessa del ragionamento di Ichino è puramente politica:
“E oggi l’Erario non può destinare somme maggiori agli atenei, neanche se tagliasse, come sarebbe auspicabile, altri sprechi nella spesa pubblica o recuperasse evasione fiscale.”
Questa affermazione non è argomentata, e infatti non è argomentabile in alcun modo, piuttosto è una convinzione politica e ideologica dell’autore che è del tutto lecito non condividere: ad esempio, chi scrive pensa che i soldi pubblici possano essere spesi meglio di quanto ha fatto l’attuale governo, sia per quantità che per qualità dell’investimento nell’università e nella ricerca, così come è realisticamente possibile fare una lotta all’evasione più efficace, ecc. Inoltre bisogna ricordare che l’Italia è sempre nelle ultime posizioni delle statistiche internazionali per spesa nella formazione universitaria e nulla vieta di rendere questa spesa dello stesso ordine, ad esempio, di un paese come la Francia. Ma lasciamo da parte queste considerazioni, che ricadono nel campo della volontà e della strategia politica, e passiamo ora all’analisi della proposta, che investe temi fondamentali come la tassazione e la giustizia sociale.
Attualmente, per legge, le tasse universitarie a carico degli studenti non possono superare il 20% del Fondo di Finanziamento Ordinario, il cui resto lo pagano tutti gli altri cittadini, anche chi l’università non la fa, tramite la fiscalità generale. L’argomento secondo il quale in un sistema pubblico le famiglie a basso reddito pagano l’università ai ricchi non considera il fatto che le aliquote fiscali crescono con il reddito, e andrebbe esteso a tutte le attività finanziate dallo Stato ma fruite in modo differenziato a seconda del reddito. In teoria, l’imposta progressiva sul reddito insieme con la tassa di successione dovrebbero garantire un’equa ridistribuzione del reddito dando “pari opportunità iniziali” a tutti in quanto, in questo modo, chi è più ricco contribuisce più degli altri a pagare i servizi pubblici: una maniera di equilibrare maggiormente il sistema potrebbe essere quella di abbassare le aliquote dei ceti meno abbienti. Dunque non è vero che nel sistema attuale i poveri pagano l’università ai ricchi; il problema è casomai quello di dare più opportunità alle classi più povere, di rendere accessibile al maggior numero possibile di cittadini l’accesso all’istruzione universitaria e, dunque, di costruire un sistema socialmente più equo oltre che più efficiente e di migliore qualità. Il sistema proposto di tasse e prestiti è funzionale a questo scopo?
Per prima cosa è necessario ricordare che quando si considera la suddivisione della popolazione in fasce di reddito ci s’imbatte nel problema dell’evasione fiscale, che affligge l’Italia nel suo complesso. A questo proposito è sufficiente notare che meno del 15% della popolazione dichiara un reddito superiore a 29.000 euro/anno. Questa situazione ci ricorda l’arbitrarietà nell’identificazione, da un punto di vista fiscale, delle famiglie più abbienti. E’ ovvio che una seria politica di lotta all’evasione fiscale è indispensabile per qualsiasi decisione lo Stato debba prendere, compreso il sistema dei prestiti d’onore. Non è forse un caso che nei paesi dove questo sistema è applicato (Stati Uniti, Inghilterra) non ci sono dei problemi d’evasione così strutturali come in Italia. Dunque, una seria lotta all’evasione fiscale non solo potrebbe fornire più risorse allo Stato, ma potrebbe anche non falsare le regole del gioco.
E’ chiaro che con il sistema di alte tasse e prestiti chi ha una famiglia abbiente non si deve indebitare. Invece, per chi non ha disponibilità, studiare diventa una scommessa, ovvero un’ipoteca sul proprio futuro. Questa situazione non può che disincentivare i meno abbienti allo studio allargando la forbice sociale. Inoltre bisogna considerare la proposta nel contesto attuale della realtà italiana, in cui la disoccupazione giovanile (15-24 anni) è del 30%, in cui si prevede che molti lavoratori atipici potranno aspirare solo all’assegno sociale (oggi di 411 euro), e con i redditi che si prospettano in futuro per gli studenti attuali la percentuale di chi non sarà in grado di restituire la somma potrebbe essere altissima generando dunque “una bolla universitaria” come sta avvenendo negli Stati Uniti: mentre le tasse universitarie sono in aumento, i rendimenti di un diploma di laurea sono in calo e la solidità dei prestiti agli studenti è minacciata da crescenti tassi di insolvenza.
Non va dimenticato poi che i prestiti per coprire le spese d’istruzione si aggiungono all’indebitamento delle famiglie, una delle principali cause dell’attuale crisi finanziaria. Per questo motivo, anche negli Stati Uniti, ci sono delle forti critiche al sistema dei prestiti. Per fare un esempio, l’86% dei medici negli Stati Uniti si laureano contraendo un debito medio di 155.000 dollari, cosa che sta portando a una notevole contrazione del numero di medici, che pure sono necessari al paese. Questo esempio mostra chiaramente che l'istruzione non è un investimento a favore del singolo ma a favore della comunità e per questo deve essere pubblica e finanziata dallo Stato: è la comunità nella sua globalità, a prescindere dal censo, che trae giovamento dall’istruzione.
Nella proposta è tuttavia previsto che vi sia un certo numero di “insolvenze”. A questo riguardo si nota che “naturalmente questo comporterà che si debba prevedere una certa percentuale di casi in cui la restituzione non avverrà; si può però evitare che ne derivi un maggior onere per lo Stato stabilendo che questa percentuale sia coperta (in tutto o in parte) dalle università stesse interessate, che così ne risulteranno responsabilizzate sia riguardo alla qualità degli studenti ammessi sia riguardo alla qualità dell’insegnamento”. Dunque lo Stato (o anzi una fondazione a partecipazione statale già prevista dal DL 70 del 13 maggio 2011) anticipa dei soldi all'università per ogni studente che non può permettersi di pagare le tasse; poi, se lo studente trova un buon lavoro restituisce i soldi allo stato, altrimenti è l'ateneo che deve restituirli. In questo modo, non solo gli atenei sono costretti ad agire come imprese private che investono sulla possibilità che i propri studenti trovino lavori ben remunerati, ma diventa il mercato del lavoro a influenzare cosa e come s’insegna. E’ ovvio che la scommessa abbia tanto più probabilità di successo quanto più la famiglia dello studente è agiata e quanto più una laurea è spendibile nel mercato del lavoro. Minimizzando il rischio si è naturalmente portati a concedere prestiti a studenti provenienti da famiglie più abbienti che studiano materie più vicine al mondo delle professioni. Vale la pena ricordare, come ha ben spiegato il premio Nobel per la fisica Sheldon Glashow, che il “ritorno” economico delle scienze di base, ammesso che sia possibile quantificarlo concretamente, richiede generalmente un tempo scala più lungo di quello rilevante per la vita di una singola persona.
In conclusione la vera e unica ragione per aumentare le tasse è la compensazione della diminuzione del finanziamento pubblico all'università, da attuare secondo i dettami dell’ideologia neo-liberista, e non il perseguimento di una maggior qualità della ricerca o dell’insegnamento o di una maggiore equità sociale. Tuttavia, piuttosto che diminuire, un sistema basato su alte tasse universitarie e prestiti d’onore, aumenterebbe la differenza di possibilità e opportunità tra i ceti più e meno abbienti, allargando la forbice sociale e rendendo il sistema sostanzialmente più iniquo e con meno giustizia sociale. Inoltre, questo sistema metterebbe in grande difficoltà gli atenei nei territori economicamente più deboli abbandonando a se stesse le zone più depresse del paese. Infine, questo sistema non può che avere delle conseguenze deleterie per la stessa istituzione universitaria, condizionando non solo la scelta di chi avrà possibilità di studiare, ma anche di cosa sarà più conveniente studiare, secondo una logica assoggettata alle richieste di un malinteso mercato.
(Pubblicato da Scienza in Rete)
lunedì 23 maggio 2011
La crisi economica tra previsioni e farfalle
Di tanto in tanto, in occasione di qualche evento catastrofico come un terremoto o una crisi economica si ritorna a discutere di cosa significhi fare una previsione e nel caso a cosa serva una scienza che non è in grado di fare previsioni. Il significato di previsione ha subito un’importante evoluzione nelle scienze dure: mentre, nell’Ottocento, Pierre Simon Laplace immaginava che una conoscenza infinitamente precisa, ad esempio, delle posizioni e delle velocità dei pianeti, sarebbe stata sufficiente per una previsione delle loro posizioni e velocità in qualsiasi tempo futuro, questa certezza venne a cadere quando si comprese, con Henri Poincaré, che “piccole differenze nelle condizioni iniziali ne producano di grandissime nei fenomeni finali. Un piccolo errore nelle prime produce un errore enorme nei secondi. La previsione diventa impossibile e si ha un fenomeno fortuito”. Questo è il famoso effetto farfalla: una farfalla che sbatte le ali in Brasile può causare un ciclone in Florida, nel senso che un a piccola perturbazione può causare, in determinate circostanze, grandi cambiamenti nell’evoluzione futura di un sistema.Questa caratteristica di caoticità è presente anche nel semplice sistema composto dalla Terra, dal Sole e dalla Luna di cui si conosce la legge che ne governa il moto (la gravità di Newton) e si possono misurare con buona precisione alcuni parametri fondamentali, come la massa dei corpi, le velocità, le posizioni, ecc. Per via dell’effetto farfalla, è possibile effettuare previsioni affidabili solo per un certo periodo (circa un milione d’anni) oltre il quale il sistema diventa caotico. Nel caso della meteorologia le previsioni sono affidabili solo per un periodo di circa una settimana (in media). La previsione è tanto più affidabile quanto minore è l’intervallo di tempo considerato: tra un’ora possiamo essere ragionevolmente sicuri della nostra previsione.
Per i terremoti la situazione è invertita: una volta identificata una zona sismica non siamo in grado di quantificare la probabilità della previsione nel breve periodo, piuttosto possiamo essere ragionevolmente sicuri che nel lungo termine si verificherà un terremoto. Questo tipo di conoscenza è utile per elaborare una mappa del rischio sismico e fare dunque una politica di prevenzione, come ad esempio costruire in modo antisismico. In un recente articolo su Nature il sismologo americano Robert Geller scrive: “E’ ora di dire al pubblico francamente che i terremoti non possono essere previsti… Tutto il Giappone è a rischio terremoti, e lo stato attuale della scienza sismologica non ci permette di differenziare il livello di rischio in particolari aree geografiche. Noi dovremmo dire al pubblico e al governo di ‘prepararsi per l’imprevisto’ e fare del nostro meglio per comunicare sia quello che sappiamo e che non sappiamo”.
In economia la situazione è invece molto più controversa. Come si è visto nel caso dell’ultima crisi, la gran parte degli economisti, e in particolare quelli, i neo-liberisti, che pensano che “il mercato” sia una sorta di sistema dinamico che si auto-regola se non viene “disturbato” da interventi esterni, non ha previsto la crisi. L’argomento portato a difesa di quest’incapacità è stato che non si possono prevedere le crisi finanziarie come non si possono prevedere i terremoti. Ma questo argomento non regge: come i geologi identificano una zona sismica gli economisti dovrebbero capire le condizioni per cui l’occorrenza di un evento traumatico diventano maggiormente probabili; mentre una zona sismica rimane tale per un tempo geologico, un sistema economico può essere più o meno soggetto a crisi per un tempo scala di alcuni anni.
Nessuna persona ragionevole pretende dunque che gli economisti avessero previsto che esattamente nell’agosto 2007 sarebbe avvenuta una grave crisi finanziaria o che a settembre 2008 la crisi sarebbe precipitata in una crisi di fiducia, ecc. Non si tratta, infatti, di individuare il punto preciso nel tempo e nello spazio in cui ha luogo la crisi, ma di individuare il “rischio sismico”, in un lasso ragionevole di tempo, di un evento catastrofico (un crollo in Borsa, lo scoppio di una bolla immobiliare, il fallimento delle banche, la chiusura di grandi fabbriche, la caduta generalizzata della domanda, ecc.) e degli effetti che può provocare (recessione o caduta del Pil, disoccupazione, ecc.). Come spiega, ad esempio, Roberto Petrini nel suo bel libro “Processo agli economisti” un’analisi qualitativa del “rischio sismico” è stata sviluppata soprattutto da quella minoranza d’economisti, detti eterodossi, che avevano avvertito che la situazione economica degli Stati Uniti stava diventando suscettibile di eventi catastrofici.
Ci si chiede dunque quale sia l’utilità di una teoria che non è in grado né di fare previsioni quantitative, come la meccanica celeste o la meteorologia, né di costruire una mappa del rischio come la geologia. In un editoriale su Nature Jean-Philippe Bouchaud, fisico e studioso dei mercati finanziari, scrive: “I razzi volano sino alla luna, l’energia viene ottenuta da minuti cambiamenti di massa atomica senza grandi disastri, i satelliti di posizionamento globale aiutano milioni di persone a trovare la loro strada di casa. Ma qual è un successo che sia il fiore all’occhiello dell’economia, oltre alla sua ricorrente incapacità di prevedere e prevenire le crisi, tra cui l’attuale crisi del credito mondiale? … Soprattutto, vi è la necessità decisiva di cambiare la mentalità di coloro che lavorano in economia e nell’ingegneria finanziaria. Essi hanno bisogno di allontanarsi da ciò che Richard Feynman ha definito Cargo Cult Science: una scienza che segue tutti i precetti e le apparenti forme dell’indagine scientifica, mentre manca ancora qualcosa d’essenziale. Un insegnamento eccessivamente formale e dogmatico nelle scienze economiche e nella matematica finanziaria sono elementi integranti del problema”. In altre parole il problema sta nella forzatura di trattare, nella formalizzazione matematica, una scienza sociale come l’economia come se fosse una scienza dura senza considerare poi che la validità di una teoria nelle scienze dure si ottiene dal confronto con l’esperimento. L’eccessiva formalizzazione rischia di eliminare quegli strumenti concettuali più propri di una scienza sociale, che sono necessari a comprendere, sia pure in maniera parziale e qualitativa, la realtà economica.
Inoltre, se l’elevato “rischio sismico” non è stato compreso da molti economisti di primo piano, quello che lascia maggiormente perplessi è che, una volta che la crisi finanziaria aveva preso il via, c’è stata una corsa da parte d’alcuni a negarne le conseguenze catastrofiche nell’economia reale come fecero, ad esempio, i nostri Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Piuttosto che effetto farfalla, in questo caso si è andati direttamente per farfalle.
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domenica 1 maggio 2011
Chi denigra la ricerca italiana
Spesso si sente dire che nelle classifiche internazionali delle università le cose non vanno bene in quanto i primi atenei italiani s’incontrano soltanto a partire dalla duecentesima posizione. Questapresunta mediocrità delle nostre università è stata spesso usata in maniera strumentale, specialmente nella discussione della recente legge di riforma dell’università. Alcuni economistinostrani, di cui abbiamo già scritto, che, è bene ricordarlo, non rappresentano tutti gli economisti ma coloro che hanno una fede pressoché illimitata nella capacità del mercato di risolvere qualsiasi problema, ci ricordano spesso della presunta mediocrità del sistema universitario e della ricerca italiani.Come ho già ricordato Roberto Perotti ci assicura che “al di là della retorica, e con le solite dovute eccezioni che è sempre possibile citare, l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale”, Michele Boldrin si mostra sicuro del “mediamente basso livello didattico e scientifico dell’università italiana”, mentre Luigi Zingales ci ricorda che “nella classifica internazionale creata dall’università di Shanghai, che misura la qualità dell’output di conoscenza prodotto, nel 2008 la prima italiana (Milano) si trova soltanto al 138esimo posto. L’Inghilterra ha 11 centri nei primi 100 posti, la Germania e la Svezia 5, la Svizzera e la Francia 3”.Strano non trovare un fisico, un matematico, un chimico, un informatico, un ingegnere, ecc., che si unisca a questo coretto di denuncia. Ma è davvero così strano?
Molto meno frequentemente si sente riportare un altro dato: l’Italia si colloca nei primi dieci paesi al mondo per numero di pubblicazioni scientifiche e per numero di citazioni di queste. Dopo mesi di campagna mediatica che ha messo in guardia l’opinione pubblica sulla necessità di riformare drasticamente un sistema così improduttivo, costoso e corrotto come quello dell’università italiana, anche alcuni quotidiani nazionali (ad esempio il Sole24ore e La Repubblica) riscoprono che il “prodotto” della ricerca scientifica italiana non è proprio da buttar via.
Come ho già avuto modo di discutere, pur con tutti i limiti del caso, le pubblicazioni scientifiche sono il “prodotto” dell’attività della ricerca di base e le citazioni di queste sono una maniera, sicuramente imperfetta, per misurare la qualità del prodotto stesso. Mentre per la produzione scientifica di un singolo ricercatore ci sono vari aspetti cautelativi che vanno presi in considerazione, per quello che riguarda un intero paese, possiamo supporre che dal conteggio delle pubblicazioni e delle citazioni nelle banche date certificate sia possibile ottenere un buon indicatore della quantità, della qualità e dell’impatto della produzione scientifica.
Un recente articolo dell’Economist ha ripreso e rilanciato uno studio effettutato dalla Royal Societyinglese che ha confrontato la percentuale delle citazioni degli articoli scientifici prodotti dai vari paesi negli anni 1999-2003 e 2004-2008. L’Italia conferma il suo settimo posto, migliorando la sua percentuale di citazioni dal 3% del periodo 1999-2003 al 3,7% del periodo 2004-2008, dunque con un incremento del 20%. Le nazioni che ci precedono sono quei paesi che investono in questo settore una frazione percentuale del Pil maggiore della nostra, il che implica anche una buona efficienza.
Ci sarebbe da brindare allora? Più che brindare bisognerebbe interrogarsi su chi siano quei ricercatori che, malgrado le mille difficoltà di ogni giorno, malgrado la costante penuria di fondi, l’irregolarità e spesso l’arbitrio con cui questi vengono assegnati, malgrado il fatto che una parte del sistema accademico sia sicuramente gravemente “malato”, e malgrado la denigrazione continua di tanti piccoli uomini, riescono a fare ricerca scientifica di qualità in questo paese.
Succede dunque che, parafrasando il famoso detto, trovato il dato positivo, inventata la spiegazione per screditarlo. In una polemica con l’allora ministro Moratti, che aveva posto l’attenzione su un famoso studio sulla produzione scientifica delle nazioni di David King, il prof. Giavazzi scrisse: “Anche questo indicatore del valore della produttività scientifica di una nazione è, secondo me, ingannevole. Nella ricerca conta solo l’eccellenza: ciò che non è eccellente non lascia traccia nella storia”. Nell’attesa che il prof. Giavazzi trovi il suo posto nella storia, gli consigliamo di leggere un testo di storia della scienza per capire cosa sia un’eccellenza scientifica e come questa si sviluppi. In genere pare che questa venga fuori da un sistema di buona qualità e non proprio dal cappello magico, il che implica che l’interesse politico e strategico si debba concentrare sul creare le condizioni perché l’eccellenza si sviluppi. Di più non si può fare qui da noi sul pianeta Terra, mentre la coltivazione delle sole eccellenze è certo possibile in quel ridicolo universo parallelo dove ci sono esseri perfetti che sanno tutto e che scelgono sempre in maniera assolutamente razionale per ottimizzare il proprio portafoglio: peccato trovarsi da un’altra parte.
I dati di King sono stati usati da Roberto Perotti nel suo libro L’università truccata, dopo opportuna sistemata, come prova dell’assoluta mediocrità della ricerca italiana. Il metodo usato da Perotti è quello di introdurre una normalizzazione delle citazioni nelle diverse discipline, ovvero di considerare il “fattore d’impatto standardizzato” che è un indice di qualità media che non tiene conto della quantità. Viceversa, l‘H-index è stato ideato proprio per avere una misura che tenga conto sia della quantità che della qualità ed è pertanto decisamente più appropriato del fattore di impatto standardizzato. Consultando il sito SCImago si trovano semplicemente i dati delle pubblicazioni, citazioni e dell’H-index per le diverse discipline scientifiche ed è dunque immediato avere conferme del fatto che globalmente l’Italia si posiziona al settimo posto sia per quantità che per qualità delle pubblicazioni. Inoltre, in 24 delle 27 aree scientifiche considerate da SCImago, l’Italia arriva entro i primi dieci posti.
Sempre alla ricerca della “normalizzazione” più giusta, Roberto Perotti, Andrea Ichino e colleghihanno proposto di dividere il numero di pubblicazioni per il numero di ricercatori accademici, motivando questa scelta col fatto che solo i ricercatori accademici producono pubblicazioni scientifiche. Secondo loro, in Italia, a differenza d’altri paesi, i ricercatori accademici corrispondono alla quasi totalità dei ricercatori. In ogni caso l’Italia entra sempre nelle prime dieci posizioni al mondo. Inoltre chi l’ha detto che i ricercatori non accademici non fanno articoli? E come mai i ricercatori dei Bell Labs hanno vinto sei premi Nobel? E le pubblicazioni sfornate dai laboratori diCraig Venter sulla genomica non sono scientifiche? Insomma, anche qui la spiegazione adottata per screditare il dato non regge, e anzi scredita chi l’ha proposta; per parafrasare il duo Perotti-Boeri: come è possibile che ordinari di università prestigiose perdano il loro tempo per operazioni di disinformazione così maldestre?
(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)
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