"I ricercatori non crescono sugli alberi" è il titolo del libro scritto a quattro mani da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sulla ricerca e l'università in Italia. E' stato pubblicato da Laterza a gennaio 2010. A cosa serve la ricerca, perché finanziarla, cosa fanno i ricercatori, che relazione c'è tra ricerca ed insegnamento, come riformare il sistema della ricerca e dell'università, a quali modelli ispirarsi. Due cervelli non in fuga denunciano la drammatica situazione italiana e cosa fare per uscire dalle secche della crisi. Perché su una cosa non c'è dubbio: se ben gestito, il finanziamento alla ricerca non è un costo ma l'investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e delle nuove generazioni.




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mercoledì 3 novembre 2010

LUISS e classifiche internazionali

In seguito al mio precedente post su ‘Confindustria ed università’ il Responsabile dell’Ufficio Stampa della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli (LUISS) mi ha inviato la seguente lettera che riporto integralmente.

Roma 3 novembre 2010

Gentile dottor Sylos Labini,

faccio riferimento al suo articolo comparso su Il Fatto Quotidiano nella versione on line del giornale, sabato 30 ottobre, dal titolo “Confindustria e università”, solo per avere l’opportunità di fare qualche precisazione.

Confindustria ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita e nel posizionamento della LUISS, facendosi carico di tutte le necessità che la creazione di un ateneo comporta, fino alla sua autonomia. Successivamente, proprio in forza di un principio imprenditoriale – e in casa Confindustria non potrebbe che essere così – l’Università ha orientato il proprio funzionamento a politiche di autonomia finanziaria che ne fanno una realtà efficiente e virtuosa: le sole rette degli studenti bastano a coprire oltre il 70% del budget disponibile. 

Un discorso più generale meritano, invece, i ranking nazionali ed internazionali, i cui parametri sono spesso fondati su elementi discutibili, variegati o non attuali rispetto all’evoluzione del sistema, come ben sa chi lavora con questi dati. 

L’indagine CIVR citata risale ormai al 2003 (e si riferisce alle pubblicazioni 2001-2003), ed è quindi superata; mentre LUISS non compare nell’indagine internazionale del Times semplicemente per aver scelto di non aderire considerando non qualificanti i parametri utilizzati. 

Ci sono, tuttavia, altre indagini utili ad avere un quadro più completo.

L’indagine CENSIS/Repubblica classifica la LUISS nella graduatoria delle Università non Statali al 1° posto per le Facoltà di Scienze Politiche e Giurisprudenza e al 2° posto per la Facoltà di Economia

L’indagine del Sole 24 ore del 2009 colloca la LUISS al 1° posto per la voce “Talenti”, ovvero la percentuale di matricole con voto di maturità superiore a 90/100, e al 2° posto con riferimento al basso numero di iscritti che rinunciano agli studi. Molto positivo anche il dato dei laureati in corso e il rapporto di uno a sette tra docenti e studenti. 

La nuova classifica di Vision colloca la LUISS al 2° posto nella classifica riparametrata tenendo conto delle dimensioni dell’Ateneo. Tra l’altro, in questa indagine, la LUISS occupa il 1° posto per il dato dell’attrattività e nel dato citazioni su Google Scholar in rapporto al numero di docenti.

L’indagine sull’inserimento professionale dei laureati LUISS evidenzia risultati in gran parte migliori rispetto ai dati di Almalaurea, con riferimento alle percentuali di occupati, di disoccupati e stipendio medio mensile.

Da ultimo, la qualità di un Ateneo non può che valutarsi anche in riferimento al numero di richieste di iscrizioni. Nel 2010, l’Università intitolata a Guido Carli ha superato ogni record finora raggiunto per le domande pervenute che sono state oltre 4.000, per soli 1.300 posti, con un incremento di oltre il 60% negli ultimi cinque anni.

Sono sicura che l’attendibilità dei numeri non rende necessaria che io invochi la normativa sul diritto di rettifica. 

Distinti saluti

Annalisa Pacini, Responsabile Ufficio stampa 
Ringrazio la Dottoressa Pacini per l’attenzione al mio blog. Alla sua lettera di chiarimento vorrei aggiungere qualche commento:

  1. Prendo atto che Confindustria non finanzia la LUISS, ma che il suo ruolo, a parte l’impulso iniziale, si limita ora alla gestione del Consiglio di Amministrazione e della Presidenza. Il mio commento sulla governance delle università pubbliche era esattamente una critica all’entrata nei Consigli di Amministrazione di entità che pur non avendo finanziato e non finanziando gli Atenei, e non essendo dentro le problematiche della ricerca, andrebbero ad occupare ruoli di potere politico e gestionale.
  2. Le classifiche internazionali, come ho avuto modo di rimarcare, sono di certo incomplete ed il loro significato deve essere discusso. Ma valgono per tutti, LUISS compresa. Dunque è benvenuto un dibattito serio ed approfondito sul significato di queste classifiche.
  3. I dati CIVR raccolti tra il 2001-2003 sono gli unici dati ufficiali a livello nazionali disponibili.
  4. Altre classifiche italiane non sono di riferimento per la comunità internazionale che invece considera le classificazioni compilate da organizzazioni di un certo prestigio ed esenti daconflitti d’interesse.
Altre classifiche internazionali che sono usualmente considerate, e che perlomeno sono internazionalmente riconosciute, sono:

quella del Center for World-Class Universities of Shanghai Jiao Tong University in cui non c’èaccreditamento ed è assolutamente trasparente nei criteri. In questa classifica la LUISS non compare tra le prime 500 posizioni. Restringendo l’attenzione alla categoriaEconomics/Business non si trova nessun Ateneo italiano nelle prime 100 posizioni al mondo.

quella da poco pubblicata del Centre for Higher Education Development in cui, di nuovo, la LUISS non compare in nessuna delle categorie analizzate.

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano online)

venerdì 29 ottobre 2010

Confindustria ed università

Negli ultimi tempi il quotidiano di Confindustria, il Sole24Ore, ha prestato notevole attenzione alla vicende legate alla riforma universitaria e al ddl Gelmini. Il vicepresidente per l’Education della Confiundustria, Gianfelice Rocca, in un recente articolo su La Stampa ci informa che non si sono per il momento viste sul tavolo riforme migliori e che “ipotizzarle adesso significa in pratica bloccare l’unica riforma concretamente realizzabile. Una riforma che presenta forti punti di contatto anche con quella presentata dal Pd l’anno scorso, a partire dai meccanismi di reclutamento e governance“. Reclutamento e governance sono infatti due punti cardine dellariforma Gelmini. Per quanto riguarda il primo, abbiamo visto com’è andata. Nell’indigestione di tagli, si è alla fine capito che si è esagerato e dunque sono stati promessi 9000 posti di professore associato, soprattutto per tranquillizzare i ricercatori, o almeno per dividerli. Tentativo per il momento naufragato per mancanza del vil denaro. Ma anche tentativo maldestro, senza nessuna strategia, né nel breve ma neppure nel lungo periodo, ed improvvisato all’ultimo momento. Per quanto riguarda la governance, siamo sempre in attesa che qualcuno ci indichi un esempio sul pianeta Terra in cui le cose siano organizzate come previsto dal ddl Gelmini. A mio parere, aprire le porte dell’università a non meglio identificati “membri esterni” può portare solo guai e ad una situazione in cui alle solite beghe universitarie si sommeranno interferenze da parte del potere politico (ed anche di Confindustria). Il modello sono infatti le Asl o il CdA della RAI.

Ma i commenti che si leggono sul Sole24Ore sono sempre molto favorevoli al ddl Gelmini. Si sostiene ad esempio che l’approvazione del ddl sarebbe un primo passo per rendere competitivo il sistema universitario italiano. Non c’è dubbio che ci sia un ritardo italiano, testimoniato anche dalla bassa classifica dei primi atenei italiani (Bologna 179, La Sapienza 190, ecc. —). Ma il problema è: si risolvono questi guai con la riforma della governance  ipotizzata dal ddl Gelmini? Al lettore attento dovrebbe sorgere infatti un dubbio: e all’università della Confindustria come vanno le cose ? Perché quello è il perfetto esempio della governance tanto propugnata dal Dr. Rocca.

Infatti, nella Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli (LUISS) troviamo come presidente del consiglio di amministrazione Emma Marcegaglia, il direttore è Gianluigi Celli, e nel consiglio di amministrazione ci sono tra gli altri Francesco Gaetano Caltagirone, Luigi Abete e lo stesso Rocca. Con queste premesse e con le risorse che la Confindustria non mancherà di dare alla sua più prestigiosa università vista l’importanza strategica degli investimenti in formazione avanzata per accrescere la capacità di innovazione del Paese, ci si aspetterebbe dunque di trovare la LUISS nelle prime posizioni delle classifiche internazionali. Sfortunatamente non è questo il caso. Nella classifica generale del QS World University Ranking non compare tra le prime 600 posizioni. Non va meglio nel settore delle scienze sociali in cui non compare nelle prime 200 posizioni. Insomma, come esempio va piuttosto male. Forse le classifiche internazionali, come ho già avuto modo di notare non danno una informazione completa o almeno non del tutto affidabile. Potrebbe anche essere questo il caso, ma se così fosse, prima di sbandierare ogni volta queste classifiche, il quotidiano di Confindustria farebbe bene a farsi un esame di coscienza o almeno analizzare in dettaglio la situazione.

Vediamo allora come è andata la LUISS nella valutazione triennale della ricerca da parte del Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR), l’unico sistematico esercizio di valutazione della qualità delle università italiane nella storia di questo paese. I risultati della LUISS sono piuttosto deludenti anche in questo caso. La classificazione è effettuata in base alla grandezza degli atenei e dunque in base ai “prodotti” (articoli, libri, ecc.) che l’ateneo ha inviato al comitato di valutazione.  Nell’area Scienze Giuridiche, tra le piccole strutture che sono 31, la LUISS si classifica 26esima. Nel raggruppamento Scienze economiche e statistiche al 16esimo posto (con 6 prodotti, nessuno dei quali eccellente). Infine nel raggruppamento Scienze politiche sociali al primo posto tra le piccole università, ma con un solo prodotto, ovvero un libro su “De Gaulle e il gollismo” diGaetano Quagliarello.

Possiamo quindi concludere che aprire i consigli di amministrazione agli imprenditori non risolve il problema della qualità delle università italiane. Tantomeno andare verso una privatizzazione del sistema, considerando anche il modesto piazzamento dell’altro esempio che abbiamo in Italia, l’università Bocconi. Insomma possiamo ragionevolmente concludere che non siano di certo questi gli esempi a cui ispirarsi. Ma perché quando si discute di riforma universitaria non si fa mai un esempio concreto ? Nel caso del ddGelmini la risposta è piuttosto semplice: non ce ne sono. Dunque prima di approvare una riforma universitaria ispirata a questi principi ed  invocata da Confindustria, nonché da una serie di bocconiani, in maniera aperta e senza ambiguità, una persona sensata dovrebbe rifletterci un po’ su. O no ?