"I ricercatori non crescono sugli alberi" è il titolo del libro scritto a quattro mani da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sulla ricerca e l'università in Italia. E' stato pubblicato da Laterza a gennaio 2010. A cosa serve la ricerca, perché finanziarla, cosa fanno i ricercatori, che relazione c'è tra ricerca ed insegnamento, come riformare il sistema della ricerca e dell'università, a quali modelli ispirarsi. Due cervelli non in fuga denunciano la drammatica situazione italiana e cosa fare per uscire dalle secche della crisi. Perché su una cosa non c'è dubbio: se ben gestito, il finanziamento alla ricerca non è un costo ma l'investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e delle nuove generazioni.




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venerdì 8 aprile 2011

Discussione con Margherita Hack (video)



 

(parte 1/3)

 

 

 

 

(parte 2/3)

 

(parte 3/3)

 

 

 

Video dell'incontro organizzato dalla Fondazione Gabriele Cardinaletti a Jesi "Arriveremo su Marte?"  con Margherita Hack,  e Francesco Sylos Labini,

lunedì 7 febbraio 2011

The Age Structure of University Staff in Italy and the UK


Donald Gillies, e' ora Professore Emerito di Filosofia della Scienza e Matematica all' University College London. E' autore, tra gli altri,dei libri:  La filosofia della scienza nel XX secolo (insieme a Giulio Gioriello) Intelligenza artificiale e metodo scientifico, e del libro (in inglese) How Should Research be Organised?. Ci ha mandato delle riflessioni sul nostro libro "I ricercatori non crescono sugli alberi" che siamo onorati di pubblicare.

The Age Structure of University Staff in Italy and the UK

by Donald Gillies, University College London



1. Introduction. What is the most serious problem facing the Italian universities?

In recent years there have been a number of books criticizing the present situation in Italian universities and suggesting reforms. Among the usual targets for criticism are familism and the power of the barons. Francesco Sylos Labini and Stefano Zapperi’s book: I ricercatori non crescono sugli alberi, Laterza, 20101 is unusual in that, in chapter 2: Università Invecchiata, it draws attention to another problem which is usually overlooked. This problem is, however, perhaps the most serious problem facing the Italian universities. It has already had very negative consequences, and will almost certainly have even worse consequences in the future if nothing is done about it. This problem is posed by the unusual age structure of university staff in Italian universities. Compared to other comparable countries such as France, Spain or the UK, the staff in Italian universities are significantly older. It is also much harder for a younger person to get an appointment in an Italian university than in universities in other countries. So the imbalance in age structure is steadily getting worse, with a possible catastrophe looming in a decade or so. Something should be done about this problem, and, for that reason, I think that a comparison of the situation in Italy and the UK may be helpful. The UK has avoided this problem, and so the UK experience may be helpful in considering how the problem should be dealt with. In the next section, I will give a brief outline of the situation based on the book of Sylos Labini and Zapperi, and then I will turn to consider what remedies might be adopted.

lunedì 29 novembre 2010

Formazione, ricerca, sviluppo


Tavola Rotonda, su "Formazione, ricerca, sviluppoil 29 novembre alle 13,45 presso la facolta' di medicina dell'universita' degli studi di Milano (Sala Pio XII, Palazzo Schuster, Via S. Antonio 5). Ospita il Prof. V.F. Ferrario, modera il Dott. R. Satolli. Intervengono:
Prof. Paolo Corradini,
Prof. Elio Franzini,
Prof. Alberto Mantovani,
On. Walter Tocci,
Dott. Stefano Zapperi





Segnalazione: I baroni allo scoperto 

venerdì 19 febbraio 2010

Cattedra fino a 75 anni solo per i professori ordinari: un emendamento del governo bocciato


La maggioranza ha recentemente proposto un emendamento al 1441-quater, che permetteva ai professori di rimanere "fuori ruolo", pagati dall'INPS ma mantenendo tutti gli incarichi (direttori etc) per 5 anni, cioé fino a 75 anni di età. Quindi il fuori ruolo che con tanta fatica era stato abolito dal governo Prodi (cosi' come il biennio aggiuntivo) adesso sembra poter ritornare dalla finestra. Su questo emendamento il PD ha fatto opposizione, e grazie a 4 casi di coscienza della maggioranza che si sono astenuti la maggioranza è andata sotto e l'emendamento non è passato.

Nel suo lucido intervento Giovanni Bachelet ribadisce il fatto che "In questo spirito ritengo che dovremmo andare verso la pensione a 65 anni per tutti i docenti senza distinzione di fasce" Qui altri interventi contrari.

Qui la nostra analisi dell'invecchiamento del corpo docente e l'analisi dei costi Infine qui vari articoli sul tema del pensionamento "anticipato" per i docenti universitari. Ricordiamo che nei paesi Europei l'età della pensione è generalmente fissata a 65 anni. Negli Stati Uniti non c'e' limite ma la carriera non e' legata all'anzianita' (vedi qui e qui ).

lunedì 15 febbraio 2010

Seminario "Nuove istituzioni per la conoscenza":




"Laboratori precari" presenta:

Quale futuro per la ricerca?
Crisi dell'università e economia della conoscenza
4 seminari per comprendere meglio la catastrofe del tempo presente. 4 incontri per discutere come uscirne.
Il primo appuntamento è il seguente: martedì 16 febbraio ore 11 aula Rasetti, Vecchio Edificio di Fisica - Università "La Sapienza"
"Nuove istituzioni per la conoscenza" Ne discutiamo con l'on. Walter Tocci e Francesco Sylos-Labini. All'università e alla ricerca italiana serve una riforma: ma quale? Se ne discuterà a partire dal documento di Walter Tocci "Quale riforma per l'università"e dal libro di Francesco Sylos-Labini e Stefano Zapperi.

venerdì 8 gennaio 2010

Correlazioni in libertà II

Vorrei provare a chiarire alcuni punti riguardo al post precedente, cercando allo stesso tempo di rispondere alle critiche. Il punto centrale riguarda l'uso del formalismo matematico e dei metodi quantitativi che si fa nelle scienze sociali e nell'economia. Si tratta di metodi caratteristici delle scienze "dure" come la fisica ma vengono usati sempre di più in tutti i campi del sapere. Non è detto che questo sia di per sé sbagliato, ma bisogna sempre tenere presente cosa si sta misurando, come lo si sta misurando e se le ipotesi da cui parte l'analisi siano fondate o meno. Spesso vediamo misurare alcune quantità o definire alcuni indicatori per poi trarre conclusioni sommarie che trascendono ciò che la misura realmente rappresenta. Un esempio classico è quello del quoziente intellettivo (QI). Il QI rappresenta la capacità che ha una persona ad un dato istante di tempo nel rispondere ad una serie di domande di un certo tipo. Quello che invece ci viene spesso raccontato è che il QI misura l'intelligenza innata di una persona e che questa quantità sarebbe addirittura ereditaria. Gli studiosi del QI fanno uso di metodi statistici e matematici sofisticati, quali l'analisi fattoriale, il p-value, il g-factor, matrici di cross-correlazionie e chi più ne ha più ne metta. Tutta questa matematica offusca una cosa evidente e cioé che l'intelligenza non è misurabile semplicemente su di una scala lineare come se fosse la circonferenza cranica, come discusso in dettaglio da S. J. Gould in un bellissimo libro (Intelligenza e pregiudizio).

Una misura quantitativa o una sofisticata analisi matematica sembra però rendere una tesi molto più forte e convincente, grazie all'idea che la scienza sia in un certo senso obbiettiva. Ad esempio, se misuro la resistenza meccanica dell'acciaio e mostro che aggiungendo una certa percentuale di carbonio il materiale diventa più resistente posso dire ad una industria metallurgica che in questo modo i suoi componenti saranno migliori (nel senso della resistenza). Abbiamo una misura di due quantità fisiche ben definite (resistenza meccanica, di trazione ad esempio) e percentuale di carbonio e una curva che lega una caratteristica all'altra (vedi grafico). Certo, se la curva di resistenza fosse simile al grafico riportato nel post precedente dubito che la nostra industria metallurgica utilizzerebbe il carbonio nella sua lega. Ma questo è solo un aspetto della questione, il punto è che ciò che viene misurato in quel grafico è molto lontano dalla nostra misura meccanica. Le ascisse riportano un indice, frutto di un'analisi fattoriale su vari indicatori di "autonomia", scelti arbitrariamente dagli autori e combinati poi linearmente. Questo almeno quello che io ho potuto capire dall'articolo in questione. In ogni modo si tratta di una misura perlomeno indiretta. Sulle ordinate invece troviamo l'inverso del punteggio di Shanghai, anche questa una misura indiretta della performance dell'università che riassume una serie di punteggi, normalizzandoli e combinandoli linearmente in maniera arbitraria. Adesso X e Y, di per sé quantità arbitrarie che riassumono in un unico indice tante qualità diverse, ognuna misurata in maniera arbitraria, vengono poste in un grafico per mostrarne la correlazione. Quello che io vedo è una nuvola di punti che riempiono il piano. Ma decidiamo di non fidarci dagli occhi (la correlazione c'è ma non si vede!) e facciamo un fit, possiamo estrarre una relazione lineare da cui concludiamo: se diamo maggiore autonomia l'università sarà migliore! Come dire: aumentiamo il contenuto di carbonio e la resistenza aumenterà! I messaggi sembrano simili: si tratta di conclusioni frutto di un'analisi sofisticata matematicamente, difficile da comprendere per il profano, ma oggettiva e scientifica. In realtà in un caso abbiamo la misura di quantità fisiche ben definite, mentre nell'altro caso ci viene detto che si stanno misurando "qualità dell'università" e "autonomia", ma in realtà si sta misurando altro: cosa esattamente non è neanche chiaro, ma di certo qualcosa di molto complicato e arbitrario, quindi facile da manipolare.

Detto questo, non vogliamo dare l'impressione di fisici arroganti disgustati di fronte al lavoro degli economisti, ma non vogliamo neanche essere presi in giro. Se ci si viene proposto un modello di università ideale quale frutto di un'analisi scientifica rigorosa, vogliamo vedere le carte, e quanto visto non ci convince affatto.

giovedì 17 dicembre 2009

Correlazioni in libertà




In un recente articolo su lavoce.info Checchi e Jappelli sostengono che autonomia e concorrenza siano necessarie per avere università di migliore qualità. La dimostrazione verrebbe da un articolo di Aghion et al. che riporta un grafico a riprova della correlazione tra il grado autonomia e concorrenza e la qualità, misurata dall'indice della classifica di Shanghai. Includere un grafico del genere in un qualsiasi lavoro di fisica porterebbe alla immediata "rejection" dell'articolo, ma si sa che non tutte le discipline hanno gli stessi criteri. Purtroppo però il risultato delle analisi degli economisti si trasformia a volte in politiche di cui tutti subiamo le conseguenze.

Di seguito riportiamo qui il grafico, dove si vede che esiste una blanda correlazione (r=0.29) tra i due indici, ma che questa è ristretta in realtà alle sole università del Regno Unito. Se si considerano le altre università il coefficiente di correlazione è infimo (r=0.12) e il fit dei dati da una pendenza il cui valore è inferiore all'errore statistico. Dov'é quindi la dimostrazione?