"I ricercatori non crescono sugli alberi" è il titolo del libro scritto a quattro mani da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sulla ricerca e l'università in Italia. E' stato pubblicato da Laterza a gennaio 2010. A cosa serve la ricerca, perché finanziarla, cosa fanno i ricercatori, che relazione c'è tra ricerca ed insegnamento, come riformare il sistema della ricerca e dell'università, a quali modelli ispirarsi. Due cervelli non in fuga denunciano la drammatica situazione italiana e cosa fare per uscire dalle secche della crisi. Perché su una cosa non c'è dubbio: se ben gestito, il finanziamento alla ricerca non è un costo ma l'investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e delle nuove generazioni.




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mercoledì 22 dicembre 2010

Natura abhorret a vacuo

La natura rifiuta il vuoto. L’Italia, a quanto pare, per il momento no. Un vuoto intorno a noi che si espande in ogni dove: un vuoto culturale e politico. E’ intorno a quella splendida manifestazione di centomila e più persone che ha pacificamente attraversato Roma lo scorso 14 dicembre. E’ dentro quelle centinaia che hanno selvaggiamente e stupidamente spaccato vetrine, incendiato, picchiato ed a quelle migliaia che hanno incitato o almeno che non hanno criticato. Ma è anche intorno a quei tutori dell’ordine che si trovavano in strada, che le hanno prese e le hanno date e che il giorno prima e qualche giorno dopo avevano anche loro manifestato per ragioni analoghe a quelle degli universitari, dei terremotati dell’Aquila e dei sommersi d’immondizia di Terzigno: non solo contro i tagli, ma per rivendicare la propria dignità. Ed il vuoto è intorno ai ricercatori sui tetti che stanno ancora cercando invano qualcuno con cui discutere della riforma universitaria, che sia capace di mettere insieme qualche concetto che vada al di là di qualche insulso slogan. Ma è vuoto che sta intorno anche a quella parte di docenti universitari più anziani che hanno perso qualsiasi riferimento e che si trovano sperduti e atomizzati, che vorrebbero reagire ma non sanno da che parte incominciare.

E’ un vuoto che si trova soprattutto intorno a tutti quanti quelli che hanno alzato la testa per vedere se ci sia qualcuno all’orizzonte che li ascolti, che li rappresenti, che capisca le ragioni di un malessere che non è solo generazionale ma che diventa ogni giorno più trasversale in ogni direzione lo si guardi e lo si consideri. E’ il vuoto che si legge negli editoriali dei grandi giornali dove i ragionamenti partono da basi irreali e sfociano in considerazioni sbandate. E’ il vuoto che sta intorno al sindacato che cerca di arginare il malessere, ma vi si trova sommerso da ogni dove. Rendersi conto del vuoto intorno è un punto di partenza, che è mancato nelle lamentele dei più in questi anni, degli indifferenti che criticano questo e quello solo di fronte al caffé. Perché la presa di coscienza di questo vuoto può trasformare l’inedia e l’indifferenza in un’energia positiva e propositiva. Perché se non avviene questo la natura, anche in Italia, rifiuterà il vuoto:  qualcosa lo riempirà ed il peggio è sempre in agguato.

Giovanni Sartori descrive la situazione con queste parole: “Sì, i giovani di oggi avranno una vita dura. Ma fu dura anche la vita dei giovani che si trovarono, dopo la fine dell’ultima guerra, con un Paese distrutto e un avvenire che sembrava senza avvenire. Noi, i giovani di allora, ce la siamo cavata”. A me sembra che il paragone con la generazione che è uscita dalla guerra non sia del tutto pertinente. C’è una similarità nel fatto che nel Paese oggi ci sono macerie morali ed etiche ma, per il momento almeno, non materiali. I giovani degli anni ‘40 e ‘50 avevano di fronte un paese anche materialmente da ricostruire e la possibilità di farlo pur tra mille difficoltà. Oggi c’è una generazione che non vede una via d’uscita e per la quale l’avvenire è solo un tunnel buio: trova ovunque uncartello con scritto “occupato”. E’ tutto troppo occupato, non ci sono vie di fuga dal vuoto e soprattutto nessuno che se ne occupi per capire come fare.

Sartori conclude il suo editoriale scrivendo  “Ma i giovani di oggi che si battono contro la riforma universitaria Gelmini si battono a proprio danno e per il proprio male”. Ma come, anche  Sartori, l’inventore dell’ “homo videns” che ha messo lucidamente a fuoco il primato dell’apparire rispetto alla sostanza, ci viene a raccontare, senza discuterne la ragione nel merito, che la riforma Gelmini è una buona riforma. E’ proprio questa la perdita di ogni riferimento culturale e di ogni orientamento in un Paese disgregato. Perché si può essere d’accordo o meno con la riforma Gelmini, non è questo il punto. Il punto è che quando si prende posizione bisogna saper illustrare le proprie ragioni, altrimenti non si tratta di presentare posizioni meditate quanto invece di riflettere slogan esterni che vengono ripetuti alla nausea da ogni trasmissione televisiva. E ad oggi, vigilia della probabile approvazione del ddl Gelmini, qualcuno che sappia illustrare, partendo dal testo, cosa questo prevede di buono e perché ed in cosa sia condivisibile e difendibile, ancora non si è visto (a parte le balle che ci racconta il prof. Giavazzi, ça va sans dire).

Irene Tinagli, giovane talento nostrano, dopo tanti anni passati a sgobbare nelle famose “migliori università americane”, riesce però ad osservare che “anche i ricercatori salgono sui tetti per difendere i  loro contratti” per concludere che “i ricercatori hanno paura della concorrenza degli scienziati stranieri”. Mentre è ovviamente falso affermare che i ricercatori salgono sui tetti per difendere i loro contratti, trattandosi di ricercatori già assunti con contratti a tempo indeterminato, è stupefacente la seconda considerazione: forse nelle prestigiose università frequentate dalladottoressa Tinagli si stanno già formando le file di ricercatori stranieri pronti a venire a lavorare in Italia, ma noi qui nella paludosa colonia di stranieri non ne abbiamo proprio visti e da un pezzo. C’è forse bisogno di ricordare che gli stipendi d’ingresso in Italia sono tra i più bassi in Europa? O forse che i progetti di ricerca dell’anno 2009 ancora non sono stati finanziati? O che le risorse per le università per l’anno 2010 ancora non sono state assegnate? Ma non diciamolo ad alta voce, che forse gli “scienziati stranieri” non lo hanno ancora scoperto e dunque verranno lo stesso a fare concorrenza a quei pelandroni dei ricercatori italiani.

Di fronte a questa decadenza generalizzata è necessario ripartire dal ricostruire un riferimento culturale prima ancora che politico. Ma una cosa è certa: non si esce da un ventennio di Berlusconismo fischiettando e ci sarà bisogno di tanta pazienza, intelligenza ed immaginazione per ricostruire un Paese distrutto moralmente e per attraversare un periodo di turbolenze che non si annuncia breve.



(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano online)

domenica 19 dicembre 2010

Questo DDL è contro l'autoreferenzialità!

Terza parola chiave: l'università è autoreferenziale. Tra gli slogan mediatici e la realtà messa in campo dal testo normativo c'è una pericolosa distanza che proviamo a spiegare. In particolare per l'obbligo (non la facoltà...) di inserire soggetti esterni nel nuovissimo e onnipotente Consiglio di Amministrazione.




venerdì 17 dicembre 2010

Questo DDL è per i giovani!

Sarà vero quel che dice il ministro che questa riforma è per i giovani ? Date un'occhiata a questi due video per saperne di più...
NB: doppio click sul video per aprirlo in Youtube (per trasmetterlo ad altri, cambiare la risoluzione di visualizzazione ecc.)










venerdì 10 dicembre 2010

Questo DDL è contro i baroni !

Sarà vero quel che dice il ministro che questa riforma è contro i poteri dei baroni? Date un'occhiata a questi due video per saperne di più...
NB: doppio click sul video per aprirlo in Youtube (per trasmetterlo ad altri, cambiare la risoluzione di visualizzazione ecc.)











giovedì 1 luglio 2010

Ohibò, la Gelmini è su Nature


C’è grande agitazione nel mondo universitario contro la riforma Gelmini e la manovra economica. Anche una rivista scientifica prestigiosa come Nature ha appena pubblicato un editoriale dal titolo “Gli scioperi potrebbero “rompere” le università italiane”. Ma non sono gli scioperi a minare il funzionamento dell’università quanto invece la politica del governo.

I ricercatori, che sono circa un terzo del personale docente universitario, minacciano uno sciopero il prossimo anno, per protestare contro le modifiche introdotte dalla riforma Gelmini riguardanti proprio questo ruolo. Il DDL Gelmini elimina infatti la figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituendola con una tenure-track, una posizione tipica del sistema americano. Con un piccolo dettaglio di differenza: la versione italiana è tutta un’altra cosa ! L’uso a sproposito delle parole è uno degli elementi usati per creare confusione e coprire scelte sbagliate.

Infatti, quando si dichiara che si vogliono importare in Italia alcuni elementi propri del sistema americano, per rendere più competitivo il sistema, è più difficile controbattere, visto che la percezione comune è che il sistema americano sia di gran lunga migliore di quello italiano. Ed infatti il PD, quasi sempre a rimorchio, sembra essere favorevole a queste modifiche, sebbene con diverse sfumature. Il trucco è però molto banale.

La tenure track americana è un contratto che alla fine di un periodo di prova, in genere di cinque anni, prevede l’assunzione a tempo indeterminato se la valutazione è positiva. E’ quindi prevista da subito
la copertura finanziaria per l’eventuale posizione tenured.

Nella versione italiana invece, la conferma nel ruolo di associato avviene dopo il conseguimento di un giudizio di idoneità nazionale ed il superamento di un
concorso locale, senza prevedere dall’inizio la copertura finanziaria per il posto permanente: si tratta dunque di normali contratti a tempo determinato, seguiti da una eventuale assunzione come professori associati, nel caso in cui si ottenesse l’idoneità nazionale e vi siano le risorse per farlo.

Dunque mentre si progetta un nuovo sistema di reclutamento dei ricercatori, con contratti a termine che precedono la
possibile assunzione come professori associati, non si sa se ci saranno le risorse perché poi ci siano effettivamente i posti: in altre parole si tratta di uno specchietto per le allodole.

Inoltre si pone un altro problema che il DDL Gelmini non considera: che sarà degli altri 20 mila ricercatori che ci sono già nell’università? Con la messa in esaurimento del ruolo di ricercatore e l’istituzione di nuove
regole per l’accesso alla fascia degli associati, pensate per le cosiddette tenure-track, le prospettive di carriera per gli attuali ricercatori diventano incerte, oltre al fatto che il ruolo del ricercatore
viene ulteriormente marginalizzato con l’esclusione dagli organi accademici.

La soluzione a tutti questi problemi sarebbe stata invece molto semplice: mantenere la figura del ricercatore e rendere invece più seria e rigorosa la conferma in ruolo dopo i primi tre anni (come già dovrebbe essere). Questa sarebbe stata una vera tenure-track che non avrebbe creato problemi di sorta. Da questa analisi risulta evidente quale sia il disegno che sta dietro la riforma Gelmini: il ridimensionamento dell’università italiana pubblica, invece di “dare spazio ai giovani” e “limitare i potere dei baroni” – altri slogan usati a sproposito.


giovedì 10 giugno 2010

Succede all'Università di Catania...


Da "La Sicilia" del 10.6.2010 (pag.28)

.....L’ultimo intervento è di una ricercatrice a contratto: Chiara Rizzica: «L’ateneo era a un bivio e da oggi si apre un cammino di condivisione delle scelte». Chiara di nome e di fatto, immediata e senza retorica accademica. Potrebbe essere lei la testimonial migliore del "patto". Regala al rettore, con tanto di dedica, un libro di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi. Dal titolo emblematico: "I ricercatori non crescono sugli alberi". Recca accetta l’omaggio e ribatte: «Ma nemmeno le risorse crescono sugli alberi ». Già, perché nel giardino dell’Università, sommersi dai rami già tagliati, ci sono solo frutti andati a male. E ciò che poteva essere è già diventato qualcosa che non sarà mai....

mercoledì 9 giugno 2010

Depressive package

In risposta alla crisi, nel 2009 Obama ha varato lo "stimulus package" per cercare di rilanciare l'economia americana. Il pacchetto di misure prevedeva un finanziamento straordinario di 16 miliardi di dollari alla ricerca: il budget delle principali agenzie di finanziamento della ricerca (NSF, NIH) è stato praticamente raddoppiato. Qui in Italia invece il governo ha appena varato il "depression package" che elargisce sonore bastonate alla ricerca e ai ricercatori. Se questa manovra sarà efficace a combattere la crisi lo vedremo, possiamo però prevedere che gli effetti sulla ricerca saranno nefasti.

A parte i vari accorpamenti e la soppressione di enti di cui si è molto parlato, la manovra contiene altre misure che colpiscono la ricerca. Gli stipendi dei ricercatori vengono bloccati per quattro anni e così i rinnovi dei contratti. Si perde quindi l'unica possibilità di progressione esistente in Italia, quella per anzianità, dopo che il governo aveva annunciato più volte incentivi dati in base al merito e alla produttività. Si passa quindi a disincentivi generalizzati. Vengono dimezzate le spese di missione a partire dal 2011: questo limiterà la partecipazione ai congressi, la cooperazione internazionale e le collaborazioni. Tutte cose fondamentali per la ricerca, soprattutto per un paese provinciale come l'Italia. Vengono poi ridotte a metà anche le spese per i contratti a tempo determinato, impedendo quindi di assumere post-doc e di rinnovare contratti al personale esistente. Infine viene confermato il parziale blocco del turn-over. Tutte queste misure vengono presentate come un taglio agli sprechi della pubblica amministrazione, mettendo nello stesso calderone le spese dei ministeri con quelle degli enti di ricerca. Notiamo che la maggior parte delle spese per missioni e contratti negli enti di ricerca non gravano certo sui fondi ordinari (praticamente assorbiti da costi fissi) ma su fondi esterni (europei, industriali, etc). Non è chiaro se su questi fondi varranno i vincoli di spesa (il testo della manovra non lo precisa), ma se così fosse sarebbe paradossale. Perché mai i ricercatori dovrebbero sforzarsi di cercare fondi, scrivendo progetti, se poi questi soldi non potranno essere spesi? Perché impegnarsi nella ricerca, se la propria carriera è di fatto bloccata per legge?

lunedì 7 giugno 2010

Sul pensionamento dei docenti universitari


Nel campo dell’organizzazione dell’università e della ricerca in Italia, non vi è veramente nulla di nuovo da inventare. Si tratta casomai di studiare la situazione attuale in Italia, e di avere ben presente come in altri paesi Europei, dove il sistema è simile al nostro, problemi specifici sono stati affrontati e risolti. Dunque si tratta di saper adattare soluzioni usate in altri paesi al nostro caso specifico. Questa considerazione vale per qualsiasi problema si discuta: dal reclutamento al pensionamento, dalla valutazione al finanziamento per fare degli esempio concreti ed attuali. Inoltre bisogna aver ben presente che non esistono riforme a costo zero e che le riforme serie richiedono interventi strutturali drastici ma adottati con moderazione nel tempo, immediati ma con un orizzonte temporale di un decennio almeno.

Questi sono alcuni fatti sull’università italiana:

1. Il corpo docente (professori ordinari, associati e ricercatori) è il più anziano tra i paesi OCSE. In particolare vi è un grande quantità di ultra-sessantenni (27% con età maggiore di 60 anni, di cui il14% con età maggiore di 65 anni) ed una piccola frazione di giovani (1,8 % sotto i 30 anni e 14% tra 30 e 40). E’ bene tenere presente che entrambe queste caratteristiche non si ritrovano in nessuno dei paesi sviluppati (e non !)

2. Dal 1980 al 2005, si osserva un innalzamento dell’età media di reclutamento che cresce di circa quattro mesi ogni anno, ovvero i ricercatori assunti nel 1980 erano mediamente di otto anni più giovani rispetto a quelli assunti nel 2005 (29 anni nel 1980 e 37 nel 2005) Questa tendenza non è caratteristica dei soli fisici, per i quali esistono studi sistematici, ma del sistema universitario nella sua interezza ed è un fenomeno di lungo corso.

3. In tutti gli altri paesi europei i docenti universitari vanno in pensione a 65 anni. In Italia, si arriva oltre i 70.

4. Gli stipendi dei ricercatori italiani, nei primi anni di attività, sono più bassi del 30%-50% di quelli degli altri paesi europei.

5. Lo stipendio degli ordinari a fine carriera è dell’ordine di un salario in una università USA.

6. Il numero di “precari” («giovani» ricercatori qualificati con contratti di lavoro temporanei) nell’università e negli enti di ricerca è stimato essere una frazione rilevante che coinvolgono circa il 50% del personale a tempo indeterminato.

Dal breve elenco di cui sopra si nota che l’Italia è il paese al mondo in cui è massimo il contrasto tra giovani ed anziani nel corpo docente. Nel caso (estremo) dei fisici troviamo solo il 2% dei docenti (ricercatori) sotto i 40 anni, mentre il 48% ha più di 60 anni (ed il 30 % più di 65 anni !). Dunque per rimetterci in linea con il resto del mondo la proposta di abbassare l’età pensionabile dei docenti a 65 anni è del tutto ragionevole e necessaria. Durante lo scorso governo Prodi, il Ministro Mussi ha inserito nella Finanziaria 2008 l’abolizione progressiva della collocazione fuori ruolo riducendo di fatto l'età pensionabile da 75 a 72 anni. Questo provvedimento era stato attaccato sulla base del fatto che negli USA non esistono limiti di età per i professori universitari, che non verrebbero quindi discriminati come avviene nei paesi Europei dove l'età della pensione è generalmente fissata a 65 anni. Ma l’esempio degli USA è fuorviante per la semplice ragione che la carriera oltreoceano non è basata sull’anzianità come da noi. Per ovviare al fatto che le competenze di grandi scienziati e scuole vadano perse, bisogna pensare a dei contratti temporanei (basati su una valutazione del merito) di insegnamento e/o di ricerca per coloro che vanno in pensione. Tuttavia è salutare per l’intero sistema che con la pensione si perdano tutte le cariche accademiche e che non si possa far più parte di commissioni. In questo modo solo coloro che sono davvero interessati all’insegnamento e/o alla ricerca potranno dedicarsi a queste attività, oltretutto liberi da incombenze burocratiche. All’estero succede così, non si capisce perché in Italia non sia possibile.

I punti da considerare quando si voglia portare l’età pensionabile a 65 anni nel sistema italiano, come recentemente proposto anche dal PD, sono tre. Il primo riguarda l’anomala distribuzione del personale docente nelle università italiane che è il frutto delle leggi che hanno regolato l’università negli ultimi trenta anni. Quello che sta per succedere tra pochi anni è il pensionamento massiccio e quasi contemporaneo di più del 25% del corpo docente, quello che era stato assunto con l’ope-legis (senza valutazione e senza concorso) del 1980 (circa 12,000 docenti entro il 2015 e 30,000 entro il 2020). Poiché nulla è stato fatto in una prospettiva lungimirante, e si aspetta dunque questo pensionamento massiccio come le stagioni dell’anno, ci si troverà con il problema del reclutamento di un quarto dei docenti universitari nel giro di pochi anni. Si rischia così di creare una nuova onda demografica che si propegherà per i prossimi trent’anni, bloccando di nuovo gli accessi in maniera periodica ed a danno di alcune generazioni nate negli anni “sbagliati”. Bisogna in genere evitare grandi discontinuità nell’assunzione del personale, proprio per evitare che vi siano delle generazioni che sono più avvataggiate rispetto ad altre (come ad esempio è successo nel 1980). Il secondo punto riguarda il fatto di considerare che l’età media dell’assunzione in ruolo è fisiologicamente aumentata e dunque bisognerebbe considerare attentamente il problema del riconoscimento dell'attività pregressa dei nuovi ricercatori di 40 anni per la ricostruzione della carriera ai fini pensionistici.

Infine il terzo punto, che andrebbe valutato nel quadro complessivo del finanziamento alla ricerca ed università, riguarda la disponibilità delle risorse finanziarie, visto che abbassare l’età pensionabile non è mai un intervento a costo zero. In ogni caso la discussione dovrebbe vertere sul come fare un intervento del genere e non sul se farlo ! Molto spesso si leggono editoriali scritti da giornalisti o anche docenti universitari la cui base comune è quella di non conoscere il sistema italiano attuale, vederne un piccola parte solamente e non avere la minima idea di quello che succede all’estero (e perché !).

D’altra parte la riforma Gelmini semplicemente e beatamente non considera nessuno dei punti sopra elencati come dei problemi su quali intervenire. Ed infatti si occupa di altro: del taglio orizzontale delle risorse, della riforma della governance universitaria o di abolire il ruolo di ricercatore sostituendolo con dei contratti temporanei di 3 anni. Dunque invece di cercare di intervenire sui problemi dell’università va esattamente nella direzione di aggravare la situazione: il problema della pensione non si pone proprio come non si considera il grande numero di precari nel sistema universitario e della ricerca ed il fatto che il numero dei docenti a contratto, su cui si basano tanti corsi universitari, è ormai dell’ordine dei docenti permanenti. A questo si aggiungono le recenti misure della Finanziaria che prevedono il blocco delle assunzioni nell’università per i prossimi due anni.

In questa situazione l’unica possibilità per le università rimane alzare le tasse universitarie il più possibile, senza dare in cambio nulla agli studenti, e subappaltare tanti corsi ai docenti a contratto, che tanto non costano nulla o quasi. Ma non c’è da sorprendersi del fatto che questo Governo vuole riformare l’università nel senso di smantellarla completamente: vi sono state ampie dimostrazioni che questa sia la linea. Sorprende, nel panorama politico, accademico e culturale l’assenza di una voce autorevole, competente ed efficace, che riesca in qualche modo a contrastare l’affossamento sistematico dell’università e della ricerca in Italia, e che riesca anche a proporre una visione di prospettiva del ruolo di queste nella società del futuro. Questo è davvero sconfortante.

venerdì 21 maggio 2010

Problemi tecnici e problemi sostanziali



In questo
articolo pubblicato su Il Fatto si riportano alcune considerazioni del Rettore di Roma 1 Luigi Frati che ... ha dichiarato che il DDL Gelmini presenta “illogicità manifeste” che vanno cambiate. .... Poi il problema dei ricercatori: “Mentre si progetta un nuovo sistema di reclutamento dei ricercatori, con contratti a termine che precedono la possibile assunzione come professori associati – ha spiegato Frati – non si sa se ci saranno le risorse perché poi ci siano effettivamente i posti. E con quali soldi ? E che sarà degli altri 20 mila ricercatori che ci sono già nell’università? C’è un problema tecnico evidente”.

Queste considerazioni sono talmente ovvie che considerare questi problemi come "tecnici" è perlomeno riduttivo. Questi sono problemi sostanziali di una legge completamente sbagliata, che non affronta i problemi reali dell'università e che tocca alcuni punti (ricercatori, valutazione, governance,...) proponendo delle soluzioni inadeguate e coperte da una cortina fumogena di parole usate con significato distorto.

Ad esempio, come abbiamo scritto qualche mese fa nel DDL Gelmini e nelle discussioni di questo, c'è una voluta confusione sul significato delle parole:

La tenure track americana è un contratto che alla fine di un periodo di prova, in genere di cinque anni, prevede l'assunzione a tempo indeterminato se la valutazione è positiva. E' quindi prevista da subito la copertura finanziaria per l'eventuale posizione tenured. Nella versione italiana invece, la conferma nel ruolo di associato avviene dopo il conseguimento di un giudizio di idoneità nazionale ed il superamento di un concorso locale, senza prevedere dall'inizio la copertura finanziaria per il posto permanente.

martedì 18 maggio 2010

Pensionamento e giovani

Ritorniamo sul problema dell'invecchiamento dei docenti universitari, tema che abbiamo affrontato varie volte nel passato (con varie polemiche) come anche nel libro "I ricercatori non crescono sugli alberi". Il Partito Democratico ha recentemente elaborato un documento dove si propone di abbassare l'età pensionabile a 65 anni. Non possiamo che essere d'accordo con una tale proposta che d'altronde coincide con quanto abbiamo scritto negli ultimi 5 anni sull'argomento. Tuttavia, come spiegato nel libro, una iniziativa del genere dovrebbe far parte di un quadro di riforme che prenda in considerazione vari aspetti sia del pensionamento che del fenomeno del precariato prolungato. Scrivevamo infatti nel libro:

Se da un lato l’abbassamento dell’età pensionabile è auspicabile, almeno per rimetterci in linea con gli altri paesi sviluppati (e non!), dall’altro è chiaro che l’innalzamento dell’età alla quale si viene assunti nel mondo universitario aggraverà la situazione dei nuovi dipendenti. La diminuzione dell’età pensionabile funzionerà a tutto danno proprio delle ultime generazioni, quelle più penalizzate dalla situazione che si è creata negli ultimi tre decenni. Chi è assunto a 40 o 45 anni riuscirà ad andare in pensione con un’anzianità contributiva che gli permetta di sopravvivere dignitosamente?


Il problema è dunque di importanza fondamentale per qualsiasi tentativo serio di riforma (e l'attuale Gelmini disegno di legge semplicemente non lo considera). Ma insieme a questo c'è il problema del pensionamento massiccio che inevitabilmente avverrà nel prossimo decennio quando il famoso"tsunami" arriverà alla costa dell'età pensionabile. Si può stimare che 1/3 dei docenti attuali andranno in pensione dell'arco di pochi anni (vedi la figura a lato che mostra la distribuzione in età dei docenti universitari nel 1997 e nel 2008), mentre il numero di precari è stimato essere dello stesso ordine di grandezza del numero di docenti di ruolo (circa 60,000 unità). Di nuovo, un tentativo di riforma serio, come pure un'opposizione politica consapevole e responsabile, dovrebbe tenere presente la dimensione di questi fenomeni e capire quali siano le conseguenze per l'università per intervenire in tempo. Senza lasciare che sia il sistema stesso a cercare da solo delle vie di sopravvivenza (docenti a contratto) e senza creare le condizioni per una massiccia ope-legis. Mentre si capiscono le mire della riforma Gelmini, lo smantellamento dell'università pubblica, non si riesce a capire perché l'opposizione parlamentare del PD non riesca ad uscire da uno stato di subalternità culturale ed elaborare delle proposte sistematiche per una riforma del sistema universitario e della ricerca che tengano in considerazioni quali siano i problemi reali dell'università, sia attuali che in prospettiva. L'abbassamento dell'età pensionabile è sì una proposta concreta che va nella direzione giusta, ma deve essere integrata da una visione lungimirante del ruolo dell'università che non si riesce a capire quale sia.

venerdì 7 maggio 2010

Priorità

Nel libro "I ricercatori non crescono sugli alberi" abbiamo scritto che

"Nell’analisi del sistema universitario, il primo dato importante da considerare riguarda la distribuzione delle età del corpo docente, intendendo con questo la somma di professori ordinari, associati e ricercatori, pari a 61.929 unità. Questi sono ripartiti in maniera quasi uguale tra le tre classi, ovvero vi sono (sulla base degli ultimi dati disponibili relativi al 2007) 19.625 professori ordinari, 18.733 associati e 23.571 ricercatori. … Troviamo una percentuale minima di docenti sotto i 30 anni (1,8%), il 14% tra 30 e 40, il 28% tra 40 e 50, il 29% tra 50 e 60 ed il 27% con età maggiore di 60 anni, di cui il 14% con età maggiore di 65 anni. Questa semplice analisi mette in luce due grandi anomalie: la percentuale bassissima di giovani (con età minore ai 40 anni) e l’alta percentuale di ultrasessantenni. Quando poi si analizzano separatamente le varie classi disciplinari si trovano delle differenze interessanti. Ad esempio, gli ingegneri hanno una classe docente con meno anziani e più giovani, mentre un caso particolarmente sfortunato, almeno dal punto di vista dei giovani, è quello dei fisici, in cui solo il 2% ha meno di 40 anni, mentre il 48% ha 60 anni o più (il 29,5% ha addirittura più di 65 anni!)."

Nella figura a fianco riportiamo il confronto tra la distribuzione in età dei docenti universitari in fisica italiani (prof. ordinari + associati + ricercatori) e quelli francesi (*) (maitre de conference e prof.). Non c'è bisogno di un'acuta analisi statistica per capire dove sia il problema. In Francia ci sono i "giovani", in Italia no, perché il 2% di cui sopra è semplicemente una percentuale senza senso. In Francia inoltre non c'è l' enorme percentuale di ultrasessantenni presente in Italia. Di questa situazione ne abbiamo parlato a lungo non solo nel libro ma anche in una serie di articoli (vedi qui). Per iniziare a pensare a come riformare l'università è necessario partire da questa analisi perché in questo grafico vi si possono leggere tanti tra i problemi che affliggono il sistema italiano: precariato, assenza di giovani, baronie, gerontocrazie, ecc, ecc. Questo non implica che il problema della governance, tanto caro ai nostri amici in parlamento e tanto centrale nella riforma Gelmini ora in discussione, non sia poi importante. Ma il punto politico è saper capire la priorità nei problemi, e la gerarchia nelle soluzioni. Se non si identificano le cause dello sfascio attuale, i problemi si perpetueranno a prescindere dal fatto che ci sia o meno un consiglio di amministrazione al fianco (al di sopra) del Senato accademico.

(*) I dati francesi sono stati pubblicati da Francesco Lissoni, Jacques Mairesse, Fabio Montobbi, Michele Pezzoni nell'articolo "Scientific Productivity and Academic Promotion: A Study on French and Italian Physicists" (forthcoming su Industrial and Corporate Change) di cui consigliamo la lettura per il dettagliato studio.

lunedì 19 aprile 2010

Salari in Italia ed all'estero




Estratto dal libro "I ricercatori non crescono sugli alberi"


"È noto che un ricercatore in Italia, all’ingresso, percepisce una retribuzione netta di circa 1.500 euro al mese (contro i quasi 2.000 di Francia e Spagna e i 2.500 del Regno Unito), mentre un professore ordinario a fine carriera ha una retribuzione del tutto comparabile agli stipendi dei professori delle università americane (dell’ordine di 100.000 euro lordi all’anno). A questo riguardo è importante notare che, mentre negli Stati Uniti lo stipendio di un professore è correlato al merito accademico, in Italia ciò dipende, all’interno di ogni fascia, solo dall’anzianità di servizio. Quindi, contrariamente agli Stati Uniti, la fascia di professori universitari d’età avanzata coincide con la fascia maggiormente retribuita. Questo fatto può essere dimostrato in maniera quantitativa calcolando la retribuzione media percepita dai docenti di una certa età. Come ci si poteva aspettare, osserviamo una semplice relazione lineare tra età e retribuzione, caratterizzabile quindi da due quantità, determinate dalla politica salariale, che sono lo stipendio di entrata e la differenza tra retribuzione minima e massima.

Dunque, in media, a 30 anni si guadagnano 20.000 euro l’anno, a 50 anni 60.000 ed a 70 se ne guadagnavano 80.000 nel 2002 e quasi 95.000 nel 2004. Questa disparità sembra paradossale, considerando che le necessità economiche di un settantenne sono senz’altro inferiori rispetto a quelle di un trentenne, che magari deve mantenere dei figli piccoli. Analizzando i dati delle retribuzioni dei docenti per vari anni accademici (1998-2004) è possibile osservare come la differenza tra la retribuzione minima e quella massima sia rimasta sostanzialmente invariata negli anni, mentre lo stipendio d’ingresso di un giovane ricercatore è cresciuto di poco. Un aumento che compensa in parte l’inflazione ma certamente non in maniera adeguata da poter confrontare tale stipendio con quello percepito in un altro paese europeo e dunque tale da rendere competitivo il nostro sistema universitario. Possiamo quindi concludere che la tendenza delle variazioni delle retribuzioni negli anni 1998-2004 non è andata nella direzione di una ripartizione più equa delle risorse tra giovani ed anziani."



In questo articolo de Il Messaggero del 19.4.2010, dall'analisi dei dati OCSE, si giunge ad una analoga conclusione: "un ricercatore italiano con un'esperienza lavorativa tra 0 e 4 anni guadagna circa 12,500 euro l'anno contro i 30,500 del collega francese ed i circa 24,000 di quello tedesco. In Spagna si arriva comunque vicino a 17,000: per trovare compensi più bassi bisogna guardare ai Paesi dell'Est." Inoltre si mette in evidenza che i salari di ingresso siano oggi più bassi di quelli delle generazioni precedenti. Ma infatti non è molto più appassionante discutere della riforma della governance universitaria o di come debbano essere costituite le commissioni di concorso ?

venerdì 2 aprile 2010

Notizie dall'altro mondo


La Francia confina con l'Italia: da Roma a Parigi ci si va in un meno di due ore in aereo. Il sistema francese, come quello italiano, è pubblico.
In Francia ci sono università ed enti di ricerca, ed in Italia pure. Dov'è la differenza ? Vediamo quello che è appena successo alla Section02 del CNRS (Fisica). Al CONCOURS CR2 SANS PROFIL 2010 (che significa senza tema fissato a priori --- CR2 chargé de recherche de 2ème classe è la posizione permanente base per ricercatori) i candidati erano

45 Francesi (32%)
45 Italiani (32%)
51 Resto del Mondo (36%)

Per resto del mondo si intende
7 Germania
4 Russia
3 Algeria, Belgio, Spagna, Grecia, Turchia Ucraina
2 Inghilterra , Giappone, Svizzera, Vietnam
1 Argentina, Australia, Corea del Sud, Finlandia, India, Irlanda, Lettonia, Malesia, Marocco, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Serbia, Repubblica Ceca


Al CONCOURS CR1 SANS PROFIL (CR1 significa chargé de recherche de 1ére classe ed è la posizione permanente avanzata per ricercatori)

39 Resto del Mondo (53%)
24 Italiani (33%)
10 Francesi (14%)

"Resto del mondo" corrisponde a
6 Russia
4 Ucraina
3 Germania, Inghilterra, Spagna, Grecia
2 Marocco, Polonia
1 Algeria, Argentina, Australia, Austria, Bangladesh, Belgio, India, Irlanda, Giappone, Portugallo, Svizzera, Tunisia, USA


Un Francese ha vinto uno dei 6 posti CR2 e nessun francese uno dei due posti CR1. Nel concorso CR2 3 Italiani si sono classificati nei primi 11 ed uno ha vinto.

Conclusione: Il problema, in Italia, non è la la "fuga dei cervelli" ma un sistema bloccato e completamente avulso dal mercato del lavoro internazionale.