"I ricercatori non crescono sugli alberi" è il titolo del libro scritto a quattro mani da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sulla ricerca e l'università in Italia. E' stato pubblicato da Laterza a gennaio 2010. A cosa serve la ricerca, perché finanziarla, cosa fanno i ricercatori, che relazione c'è tra ricerca ed insegnamento, come riformare il sistema della ricerca e dell'università, a quali modelli ispirarsi. Due cervelli non in fuga denunciano la drammatica situazione italiana e cosa fare per uscire dalle secche della crisi. Perché su una cosa non c'è dubbio: se ben gestito, il finanziamento alla ricerca non è un costo ma l'investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e delle nuove generazioni.




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sabato 26 marzo 2011

Ci fidiamo dei bocconiani?


Scrive Roberto Perotti:  “La spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16,027 dollari, la più alta del mondo dopo Usa Svizzera e Svezia”. Aggiunge inoltre:  “Al di là della retorica, e con le solite dovute eccezioni che è sempre possibile citare, l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale”. Perché dunque finanziare un sistema improduttivo e costoso? Ma, in effetti, la prima domanda che ci dobbiamo porre è questa: queste affermazioni sono vere o sono considerate vere perché scritte da qualcuno che ha la targa di professore d’economia alla Bocconi?



Secondo Tito Boeri, anche lui economista e professore alla Bocconi, lo stato dell’università italiana è piuttosto disastrato, “lo documenta in modo inequivocabile un libro di Roberto Perotti, uno dei migliori economisti italiani, uscito in questi giorni per gli Struzzi dell’Einaudi (L’ Università truccata). Vi dirò subito, a scanso di equivoci, che sono collega e amico di Roberto. Ho anche avuto la fortuna di scrivere un libro con lui imparando quanto sia meticoloso e pignolo fin nei minimi dettagli. Quindi potete essere sicuri che i dati che sono contenuti nel volumetto sono stati attentamente verificati, uno per uno. E sono davvero impressionanti.” Possiamo davvero essere sicuri che sono proprio così precisi e verificati i dati di “uno dei migliori economisti italiani” così  “meticoloso e pignolo fin nei minimi dettagli” ? Ci fidiamo dei bocconiani ?

Tra gli altri, Giuseppe de Nicolao, professore di ingegneria all’università di Pavia,  si è andato a studiare i numeri. Come ci spiega in questa interessante discussione su “l’università ed il mondo esterno”, presentata nell’ambito di una giornata di studio sull’università e la ricerca organizzata dall’Idv con la rete29aprile e varie componenti di studenti, le cose sono diverse da come descritte da“uno dei migliori economisti italiani”. Ci spiega anzi come l’immagine deformata del sistema universitario che è stata costruita negli ultimi anni sia servita a motivare delle politiche ben precise.


De Nicolao mostra che, in base ai dati Ocse, nell’alta tecnologia, sono innanzitutto le imprese a spendere troppo poco in ricerca e sviluppo e ad impiegare un numero insufficiente di ricercatori: di conseguenza non è sorprendente constatare che in Italia vi sia un declino del settore. I dati Ocse dicono anche che nel pubblico, ovvero nell’università, si spende poco in ricerca e ci sono pochi ricercatori (metà di Francia e Spagna). Contando invece il numero di articoli pubblicati su riviste scientifiche “di qualità”, i dati Ocse dicono che l’Italia è l’ottava “potenza scientifica” mondialee mantiene la sua quota mondiale nonostante la crescita della Cina guadagnando addirittura terreno in Europa.

E allora perché le università pubbliche sono sempre in fondo alle classifiche? Quando le classifiche sono interpretate in maniera analitica, considerando i vari parametri in base ai quali sono state stilate, si trova un buon livello medio degli atenei italiani (il che significa che le eccellenze sono distribuite sul territorio) e con una buona reputazione scientifica. I punti deboli sono dovuti alle poche risorse: basso rapporto docenti/studenti e scarsa internazionalizzazione di docenti e studenti. E per curiosità, come la mettiamo con le  università private che, come la Bocconi, nelle classifiche non ci sono proprio?

Quanto si spende cumulativamente in formazione terziaria per singolo studente? A differenza di quello che afferma “uno dei migliori economisti italiani” per la spesa cumulativa per singolo studente nel corso dei suoi studi l’Italia si posiziona 16esima su 24 nazioni mentre per la spesa in percentuale sul Pil l’Italia si trova nella posizione 30-32 su 33 nazioni. Ma allora va tutto bene? Ovviamente no, e De Nicolao conclude con queste considerazioni:
  • È urgente mettere in atto politiche industriali per colmare il grave ritardo delle imprese sul fronte dell’innovazione.
  • La ricerca accademica regge la competizione internazionale: valorizzare il capitale scientifico dell’università e degli enti di ricerca per arrestare il declino economico della nazione.
  • Siamo il fanalino di coda nella spesa per formazione universitaria: più formazione per tutti come leva di progresso materiale e morale della società.
  • Se vogliamo che l’Italia non scenda in serie B o C, dobbiamo esigere un’università di serie A.
Ristabilire la realtà sull’università e la ricerca italiana è un’operazione necessaria che deve per forza passare per la critica alle false analisi che sono state martellate nella testa dell’opinione pubblica da un gruppo di economisti che riesce a scrivere senza vergognarsi che nell’università  ideale “per attrarre bravi studenti, si comincerà dall’offrire stanze singole nelle residenze studentesche, poi la Tv via cavo gratuita, poi la Jacuzzi privata e l’abbonamento annuale alla palestra e così via… Tutte cose che ai puristi dell’accademia possono apparire in stridente contrasto con l’ideale dell’amore disinteressato del sapere, ma che fanno parte della realtà umana”. E se questi sono i “migliori” tra gli economisti, figuriamoci gli altri.

Ne approfitto per segnalarvi i dati contenuti ne L’Italia che affonda di Francesco Coniglione.


(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)

mercoledì 9 febbraio 2011

Valutazione e burocrazia

Un problema cruciale che vari paesi sviluppati stanno considerando riguarda  come organizzare unsistema di ricerca di base e dunque come investire e ripartire i fondi in maniera ottimale. Mentre non è semplice rispondere a questa domanda, ci si può chiedere come altri paesi hanno affrontato il problema, che tipo di risposte sono state sperimentate e se hanno funzionato rispetto al fine ultimo di migliorare la ricerca. Mentre da noi, dopo anni di gestazione (era stata ideata dal ministro Mussi) è appena nata l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema  universitario (Anvur), ed ancora non si capisce cosa debba fare e come, a parte il fatto che ne sono stati nominati sette membri, un esempio importante è sicuramente rappresentato dalla Research Assessment Excercise(Rae) che è stata iniziata in Inghilterra nel 1986, durante l’epoca Thatcher. La Rae ha funzionato fino al 2008 secondo le stesso schema ed ora verrà probabilmente cambiato in maniera abbastanza radicale per i motivi che illustrerò di seguito.

Ad intervalli di qualche anno, la valutazione della Rae viene eseguita in tutte le università. Vengono nominati i valutatori per ogni disciplina, ed i membri di ciascun dipartimento (e non di una università, per non confondere i diamanti con il carbone) devono selezionare una parte dei loro lavori da inviare ai comitati di valutatori, che li studieranno ed esprimeranno un giudizio sulla loro qualità. Ai dipartimenti con un buon giudizio verranno destinati fondi di ricerca, mentre a quelli con un cattivo giudizio i fondi saranno ridotti e ai membri verranno aumentate le ore di lezione. Inoltre alcuni dipartimenti con un cattivo giudizio sono stati anche chiusi. Bisogna considerare che la Rae èun’operazione costosa sia perché è necessario assumere persone che si dedichino completamente per seguire il gran volume di lavoro associato, sia perché richiede, ad ogni accademico, del tempo di lavoro non irrilevante.

Dunque la questione, posta in maniera magistrale da Donald Gillies nel suo libro How should research be organised?, è la seguente: questa costosa procedura ha migliorato la qualità della ricerca prodotta in Inghilterra? Infatti, mentre a prima vista la risposta a questa domanda dovrebbe essere ovvia, quando si studia il problema con una prospettiva storica, la risposta non è affatto scontata. Questo non significa che non sia necessario introdurre un sistema di valutazione, ma che bisogna farlo pensandoci bene e riflettendo a fondo sui punti critici che necessariamente sono presenti quando si vuole valutare un lavoro scientifico, sia esso prodotto da un singolo o da un dipartimento. Dunque è importante che il sistema sia affidato a persone esperte che si pongano il problema della riuscita dell’esercizio di valutazione e non a burocrati che contano il numero di pubblicazioni e citazioni in maniera automatico (tra l’altro, operazione che potrebbe essere svolta da un computer).

Lo strumento usato dalla Rae è una sorta di doppia revisione tra pari (peer review): un lavoro, per essere considerato, deve essere già stato pubblicato su una rivista che si basi proprio sulla revisione tra pari, e sarà quindi valutato dai comitati Rae una seconda volta. La Rae è dunque costruita in modo tale da “tagliare” i fondi ai ricercatori che non lavorano bene e darli a coloro che lavorano bene. Il punto fondamentale su cui si concentra l’analisi e la critica di Donald Gillies riguarda invece un problema complementare: che in questa maniera, basando la valutazione sulla doppia peer review, si possano tagliare i fondi ai ricercatori che lavorano su progetti che in un certo momento storico non sono considerati importanti, ma che invece potrebbero esserlo in futuro, mentre si finanziano solo i ricercatori che sono impegnati nei progetti di mainstream.

Per capire questo problema è necessario considerare degli esempi storici, che certo non mancano, come magistralmente illustrato da Thomas Kuhn nel suo La struttura delle rivoluzioni scientifiche. In pratica, il problema da porsi è come riuscire a non eliminare dei progetti innovativi poco apprezzati dalla maggioranza dei ricercatori del momento. La soluzione a questo problema è chiaramente molto complessa perché non si può prevedere il futuro. Ma forse queste riflessioni insegnano che sia necessario dare spazio anche alle “fluttuazioni”, ovvero a progetti poco popolari ma portati avanti da persone serie e con determinazione: la scienza non è democratica, nel senso che non va avanti nella direzione di quello che pensa la maggioranza degli scienziati.

Il motivo per il quale la Rae è stata recentemente ristrutturata è semplicemente il seguente: se i valutatori, anche con le migliori intenzioni, devono leggere decine, se non centinaia, di articoli e libri, generalmente difficili, in un tempo limitato, saranno capaci di dedicare il tempo necessario per giudicarli in maniera corretta, visto che le loro decisioni avranno degli effetti importanti sulle persone? Il governo inglese ha iniziato a dubitare che questo sia il caso, e dunque, anche per diminuire la spesa della Rae, ha ridisegnato la valutazione in modo molto più semplice: ilconteggio delle metriche, ovvero quante pubblicazioni, quante citazioni per pubblicazione, quante pubblicazioni su riviste ad alto impact factor, ecc. In questa maniera i valutatori non devono essere degli scienziati, ma è sufficiente che siano delle persone che sappiano usare i database dove sono indicizzate le pubblicazioni e le citazioni. Il problema di fondo, se questo sistema funzioni e realmente porti ad un miglioramento della qualità, è lo stesso che nella Rae vecchia maniera. Da una parte questo metodo, se ben implementato tenendo conto delle peculiarità delle diverse discipline (come ho discusso in un post precedente) può aiutare ad identificare i casi limite di ricercatori che non lavorano, dall’altro porta con sé lo stesso rischio di eliminare ricerche innovative poco popolari ed incoraggiare i ricercatori a lavorare sui paradigmi del mainstream.

Dunque per evitare il paradosso di un sistema di valutazione che abbassi anziché aumentare la qualità della ricerca, è necessario prestare molta attenzione ai vari casi che potrebbero verificarsi sia in negativo (ricercatori improduttivi) che in positivo (ricercatori che lavorano su progetti potenzialmente importanti ma poco popolari). Come messo in luce anche da Roberto Natalinil’ideale, dal punto di vista di un ricercatore, sarebbe avere  a che fare con persone di alto livello scientifico che dedichino tempo ed energia per capire i problemi. Ma questa operazione, oltre a richiedere tanto tempo, richiede anche risorse non banali e, come messo in luce da Pier Luigi Biggeri(a capo del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario),  l’Anvur, oltre ad essereuna scatola vuota, ha attualmente meno di un decimo delle risorse destinante ad una simile agenzia in Francia. E poi, chissà quali sono i fondi che distribuirà tra i ricercatori meritevoli…

lunedì 7 febbraio 2011

The Age Structure of University Staff in Italy and the UK


Donald Gillies, e' ora Professore Emerito di Filosofia della Scienza e Matematica all' University College London. E' autore, tra gli altri,dei libri:  La filosofia della scienza nel XX secolo (insieme a Giulio Gioriello) ,  Intelligenza artificiale e metodo scientifico, e del libro (in inglese) How Should Research be Organised?. Ci ha mandato delle riflessioni sul nostro libro "I ricercatori non crescono sugli alberi" che siamo onorati di pubblicare.

The Age Structure of University Staff in Italy and the UK

by Donald Gillies, University College London



1. Introduction. What is the most serious problem facing the Italian universities?

In recent years there have been a number of books criticizing the present situation in Italian universities and suggesting reforms. Among the usual targets for criticism are familism and the power of the barons. Francesco Sylos Labini and Stefano Zapperi’s book: I ricercatori non crescono sugli alberi, Laterza, 20101 is unusual in that, in chapter 2: Università Invecchiata, it draws attention to another problem which is usually overlooked. This problem is, however, perhaps the most serious problem facing the Italian universities. It has already had very negative consequences, and will almost certainly have even worse consequences in the future if nothing is done about it. This problem is posed by the unusual age structure of university staff in Italian universities. Compared to other comparable countries such as France, Spain or the UK, the staff in Italian universities are significantly older. It is also much harder for a younger person to get an appointment in an Italian university than in universities in other countries. So the imbalance in age structure is steadily getting worse, with a possible catastrophe looming in a decade or so. Something should be done about this problem, and, for that reason, I think that a comparison of the situation in Italy and the UK may be helpful. The UK has avoided this problem, and so the UK experience may be helpful in considering how the problem should be dealt with. In the next section, I will give a brief outline of the situation based on the book of Sylos Labini and Zapperi, and then I will turn to consider what remedies might be adopted.

lunedì 17 gennaio 2011

Supermarket Cnr


 Nel silenzio cosmico dei sempre informatissimi commentatori dei principali mezzi di comunicazione di massa di questo sfortunato paese, a parte le solite sparute eccezioni che non  mollano mai, la dottoressa bresciana, abilitata avvocato a Reggio Calabria, diventata ministro dell’Istruzione per ovvie qualità, sta mettendo mano all’ultima lettera del suo Ministero  (Miur): dopo essersi occupata d’istruzione e poi d’università, è ora passata alla ricerca. Ovvero, con rapida efficienza si appresta a “riorganizzare” gli enti di ricerca ed in particolare il principale, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, che intende riformare per introdurre finalmente il merito e la valutazione, per aumentarne l’efficienza, e magari per porre anche in questo caso la parola fine al falso egualitarismo del sessantotto.

Il Cnr è un ente generalista, ovvero si occupa di tante diverse discipline scientifiche. Nella classifica Scimago, che registra la performance delle istituzioni scientifiche di tutto il mondo. il Cnr si trova alla 23esima posizione con 31 mila articoli (per fare un confronto, il CNRS francese, che ha 4 volte i dipendenti, si trova nella seconda posizione con 125 mila articoli). Chiunque abbia avuto a che fare con il Cnr sa bene quali siano i suoi difetti, ma sa anche che c’è una parte del personale di alto livello  internazionale che riesce raddoppiare le risorse ministeriali attraverso la partecipazione a bandi nazionali ed internazionali. Come nel caso dell’università il principio dovrebbe essere quello di capire quali siano le criticità ed intervenire per migliorare la situazione.  Come nell’università, un problema importante dovrebbe essere quello di dare spazio ed autonomia alle generazioni più giovani. Ma, come nell’università, questo è l’ultimo dei problemi del legislatore.

Durante il governo Prodi, partendo dal presupposto che il presidente del Cnr  dovesse anche essere uno scienziato di alto profilo, l’allora ministro Mussi affidò la selezione ad un comitato di scienziati italiani e stranieri che gli propose una rosa di tre nomi. I criteri per la scelta del presidente erano quelli dell’assoluta eccellenza scientifica, attestata internazionalmente, e della provata capacità manageriale nell’ambito di enti di ricerca italiani e internazionali. Da questa lista, in cui comparivano solo scienziati di primo piano, il ministro Mussi scelse nel 2008 il fisico Luciano Maiani, già presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare  e del Cern.  Notiamo che nulla del genere accadeva nel passato, quando i presidenti degli enti di ricerca  erano scelti dal ministro in base ad altre logiche, che hanno portato a casi paradossali come quello del prof. Pistella, nominato dal ministro Moratti senza aver mai condotto attività scientifiche di una certa consistenza, anzi, gonfiando il cv con un falso numero di pubblicazioni. Il caso Pistella ha avuto l’attenzione di riviste internazionali del calibro di Nature e Science.

Dunque, nel nuovo statuto che si appresta ad essere approvato a breve dal Consiglio di Amministrazione del Cnr, viene dato un ruolo determinante al Direttore Generale (Dg), svuotando di fatto il ruolo del presidente. Il Dg viene nominato direttamente dal ministro e vengono previsti dei ruoli che non si limitano alla gestione delle risorse, ma che invadono la sfera scientifica. Ad esempio, il Dg ha voce nella determinazione dei direttori di Dipartimento (il Cnr è diviso in 11 dipartimenti tematici) ma anche nel conferimento degli incarichi dei direttori di Istituto (ogni dipartimento è diviso in istituti). Dunque il Dg impartisce istruzioni ed indirizzi operativi a tutte le strutture dell’ente. Il risultato è duplice: da una parte si limita l’autonomia dell’ente, in una legge che ne dovrebbe prevedere l’autonomia statutaria, e dall’altra il Dg, diretta emanazione del ministro, può influenzare in maniera diretta ed esplicita la ricerca.  Inoltre viene eliminato dal Consiglio di Amministrazione il rappresentante della comunità scientifica.

La questione di fondo che andrebbe discussa in dettaglio è il motore delle scelte ministeriali, che è il  seguente. Come notato da Donald Gillies nel suo splendido libro How should research be organised?, i supermercati sono tra le compagnie più di successo del mondo ed i loro manager hanno saputo trasformarli in imprese d’alta efficienza. Il problema che bisogna porsi è se i metodi manageriali che hanno reso efficienti i supermercati sono capaci di aumentare l’efficienza delle organizzazioni che hanno come scopo la ricerca. Da un’analisi approfondita si evince che questi metodi applicati alla ricerca hanno esattamente l’effetto opposto: invece di aumentare, diminuiscono l’efficienza della produzione di ricerca.

Il punto è semplice ed è intrinseco a come funziona la ricerca: i ricercatori non sono degli impiegati che lavorano su commissione, quanto piuttosto sono loro stessi che devono decidere cosa studiare, su quali linee di ricerca investire il proprio tempo e come affrontare i problemi che hanno davanti. La ricerca non è un autostrada che si imbocca e poi si va avanti a tutta velocità, quanto piuttosto è sempre una esplorazione di un territorio sconosciuto, una sorta di jungla nella quale ognuno, con la propria sensibilità e conoscenza cerca, piano piano, di orientarsi. Dunque sono gli scienziati stessi che devono auto-organizzarsi sul funzionamento del proprio lavoro e certo non è possibile che una persona estranea al mondo della ricerca riesca a dare degli indirizzi sensati su come operare. Questo tra l’altro è quello che succede in tutti gli enti di ricerca del mondo. Se vogliamo trovare un esempio storico, possiamo ricordare che durante il fascismo  fu imposto il generale Pietro Badoglio come presidente del Cnr, proprio per affermare la volontà del governo di controllo della ricerca. Ma all’epoca la ricerca scientifica italiana, grazie al fascismo, fu smantellata quasi del tutto e i pochi che resistettero e che diedero il via alla rinascita del dopoguerra lo  fecero grazie alle proprie qualità e non perché parte di una qualche istituzione funzionante.

C’è dunque chi, nel Titanic che affonda, si è armato di secchiello e cerca di svuotare l’acqua che entra da tutte le parti sperando che altri si sensibilizzino al problema. Il Consiglio Scientifico Generale del Cnr ha espresso la sua contrarietà a questa operazione di riorganizzazione della governance dell’ente. La settimana scorsa la seduta del Cda è stata interrotta da un gruppo di ricercatori, che si sono opposti non solo a questa delirante riorganizzazione dell’ente, ma hanno anche fatto presente il taglio del 13% alle risorse ed il tetto di spesa per il personale al 75% dei fondi ministeriali, con la diretta implicazione dell’impossibilità di assumere nuovo personale. Così il Cnr è in stato di mobilitazione e, di nuovo, a fare le spese di queste belle trovate governative sono le generazioni più giovani, che forse ora sapranno chi ringraziare.

mercoledì 12 gennaio 2011

Disinformazione, menzogna e università



“Articolo21 ha deciso di assegnare il prossimo premio annuale per la libertà di informazione alla delegazione dei 12 studenti e ricercatori che sono stati ricevuti dal Presidente Napolitano”. Così l’Associazione Articolo 21, molto sensibile al tema della libertà d’informazione, ha voluto assegnare un significativo riconoscimento al movimento di studenti e ricercatori che il 22 dicembre scorso, alla fine di una bellissima manifestazione sulla tangenziale di Roma in uno scenario surreale quasi volando sopra la città, è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica. Perché mai un premio dall’associazione più impegnata per la libertà d’informazione? Che cosa c’entra la libertà d’informazione con la questione della legge sull’università? In realtà l’informazione, o meglio la disinformazione a tutto campo dei maggiori editorialisti nazionali, che forse qualcosa sanno e allora sono in malafede o che magari scrivono per sentito dire, e allora tradiscono il ruolo d’orientamento che dovrebbero avere, e la propaganda ministeriale amplificata dalla carta stampata e dalla televisione, hanno generato il tipico “rumore di fondo” che ha coperto quasi tutta la discussione pubblica sul merito della riforma Gelmini sotto una coltre di menzogne. Gli studenti e i ricercatori sono stati gli unici che, con grande maturità ed esemplare consapevolezza della situazione, hanno cercato di bucare, in tutti i modi, questa cappa di insulsi luoghi comuni e bugie. Non è stato certo un compito facile, ma data la situazione, è avvenuto qualcosa d’importante su cui è bene riflettere.

Il ddl Gelmini è stato difeso portando dati e argomenti falsi, ripetuti in primis, dal ministro stesso che ha ossessivamente ripetuto: è una riforma “per aprire le porte ai giovani”, “per limitare il potere dei baroni”, “per introdurre la valutazione ed il merito nell’università”, “contro l’auto-referenzialità dell’accademia”, contro “gli sprechi”, contro “parentopoli”, perchè “viene archiviata definitivamente la cultura del falso egualitarismo instaurato con il 1968”. Ognuna di queste parole chiave è stata usata per nascondere il contrario di quello che realmente succede: in prima approssimazione basta sostituire la parola “per” con “contro”, e viceversa,  e si ottiene un quadro più realistico. Ovviamente bisogna scendere nel dettaglio d’ogni slogan: questo è stato fatto dai ricercatori della Rete 29 Aprile con dei video ora disponibili sul loro canale Youtube.

Poi ci sono stati i difensori a prescindere dagli argomenti. Il ddl Gelmini è stato difeso perché “è una riforma necessaria”, “è l’unica riforma possibile”, “in politica si sceglie tra il peggio e il meno peggio”, “se la riforma non sarà approvata, i propositi di modernizzazione saranno abbandonati e prevarrà la conservazione dello status quo”. Questi sono i ragionamenti degli sconfitti a prescindere.

Poi ci sono le semplificazioni e le menzogne su chi si è opposto alla riforma: “difende l’esistente”, vuole “fare i propri interessi”, vuole “un avanzamento di carriera ope-legis”,  “è manipolato dagli intellettuali di sinistra”, “non ha proposto un’altra riforma”, “dov’era cinque, dieci, quindici anni fa, perché non protestava?”, ha comunque espresso solo il “disagio delle giovani generazioni; disagio per esprimere il quale la protesta contro la riforma universitaria ha rappresentato poco più che un pretesto”.

Si potrebbe compilare un lungo elenco con tutte queste falsità, con queste analisi superficiali fatte da persone che, nel migliore dei casi, guardano la realtà con i paraocchi dell’ideologia o della convenienza o di tutte e due messe insieme. Che invece di sforzarsi d’interpretare quello che succede, devono inserire quello che avviene in uno schema intellettuale a compartimenti stagni, predefinito, magari risalante a quarant’anni fa (gli studenti, la polizia, il sessantotto, Pasolini, l’ope-legis, ecc.) ma sempre e comunque  prescindendo dai dati di fatto.

Insomma un bel fuoco incrociato, anche perché opporsi al ddl Gelmini è stata una semplice necessità per chi ha capito di cosa si tratta (pochi) e per chi ha intuito quali possono essere le conseguenze per sé, per le nuove generazioni e per l’istituzione universitaria. E’ tuttavia  chiaro a molti, compresi a coloro che si sono opposti al ddl Gelmini, che difendere l’esistente è impossibile. Chi  però deve elaborare e proporre un’altra riforma? La risposta è molto semplice: il legislatore. E’ infatti compito del legislatore ascoltare le proposte che dal mondo accademico possono essere elaborate, discuterle, fare un’analisi accurata della situazione e programmare una riforma seria e di ampio respiro. E questo è esattamente tutto quello che il legislatore non ha fatto. O al più, in questa occasione, il legislatore ha ascoltato solo una parte del mondo accademico, quello che cerca di arrampicarsi sugli specchi pur di sopravvivere qualche altro anno nei posti di comando, quello che non si è mai posto la semplice domanda: che ne sarà delle nuove generazioni? In una parola, la  gerontocrazia dei quasi centenari diventati burocrati, che hanno in mano l’accademia e la ricerca, che dovrebbe guardare al futuro non solo di se stessi, ma del paese. Ma c’è stata anche un’ampia parte del mondo accademico, a partire dai ricercatori della Rete 29 Aprile, dai vari movimenti di studenti, da un consistente gruppo di professori associati, che invece hanno fornito idee, analisi e spunti di riflessione su come articolare un altro progetto di riforma. Non sono stati ascoltati: né dal Governo e né dall’opposizione, se non da quest’ultima piuttosto tardivamente.

Quello che è successo dunque è molto semplice. Il peggior ministro della storia repubblicana ha dato il suo nome alla peggiore riforma universitaria mai vista dal dopoguerra ad oggi. Non è un mistero che dietro questa riforma si celino interessi “forti” (Confindustria) di diverso genere, che comunque non hanno niente a che fare con l’università e la ricerca. I commentatori “indipendenti” selezionati dalla stampa nostrana hanno scritto pagine vergognose  che non si  dimenticheranno facilmente.  Quello che è più grave è che gli anziani, i colti, i saggi, a parte poche e sparute eccezioni, hanno abbandonato le nuove generazioni a se stesse.

C’è però ancora chi pensa e crede che “l’Università statale non sia un’istituzione da rottamare e regalare ai primi caimani che passano, ma un luogo fondamentale e irrinunciabile d’elaborazione e diffusione delle idee, una risorsa per lo sviluppo e un fondamento per la democrazia, una spina nel fianco per chi vede come il fumo negli occhi la cultura, il libero pensiero e un’autonoma capacità di comprensione”. C’è chi resiste ora perché ha un’idea del futuro e ha capito che l’università è uno dei problemi che investono oggi tutta la nostra società e che sono molto contigui, a partire dalla libertà d’informazione. C’è chi resiste e non è affatto detto che debba soccombere anche se la legge Gelmini è stata promulgata.

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano online)