"I ricercatori non crescono sugli alberi" è il titolo del libro scritto a quattro mani da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sulla ricerca e l'università in Italia. E' stato pubblicato da Laterza a gennaio 2010. A cosa serve la ricerca, perché finanziarla, cosa fanno i ricercatori, che relazione c'è tra ricerca ed insegnamento, come riformare il sistema della ricerca e dell'università, a quali modelli ispirarsi. Due cervelli non in fuga denunciano la drammatica situazione italiana e cosa fare per uscire dalle secche della crisi. Perché su una cosa non c'è dubbio: se ben gestito, il finanziamento alla ricerca non è un costo ma l'investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e delle nuove generazioni.




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lunedì 7 febbraio 2011

The Age Structure of University Staff in Italy and the UK


Donald Gillies, e' ora Professore Emerito di Filosofia della Scienza e Matematica all' University College London. E' autore, tra gli altri,dei libri:  La filosofia della scienza nel XX secolo (insieme a Giulio Gioriello) ,  Intelligenza artificiale e metodo scientifico, e del libro (in inglese) How Should Research be Organised?. Ci ha mandato delle riflessioni sul nostro libro "I ricercatori non crescono sugli alberi" che siamo onorati di pubblicare.

The Age Structure of University Staff in Italy and the UK

by Donald Gillies, University College London



1. Introduction. What is the most serious problem facing the Italian universities?

In recent years there have been a number of books criticizing the present situation in Italian universities and suggesting reforms. Among the usual targets for criticism are familism and the power of the barons. Francesco Sylos Labini and Stefano Zapperi’s book: I ricercatori non crescono sugli alberi, Laterza, 20101 is unusual in that, in chapter 2: Università Invecchiata, it draws attention to another problem which is usually overlooked. This problem is, however, perhaps the most serious problem facing the Italian universities. It has already had very negative consequences, and will almost certainly have even worse consequences in the future if nothing is done about it. This problem is posed by the unusual age structure of university staff in Italian universities. Compared to other comparable countries such as France, Spain or the UK, the staff in Italian universities are significantly older. It is also much harder for a younger person to get an appointment in an Italian university than in universities in other countries. So the imbalance in age structure is steadily getting worse, with a possible catastrophe looming in a decade or so. Something should be done about this problem, and, for that reason, I think that a comparison of the situation in Italy and the UK may be helpful. The UK has avoided this problem, and so the UK experience may be helpful in considering how the problem should be dealt with. In the next section, I will give a brief outline of the situation based on the book of Sylos Labini and Zapperi, and then I will turn to consider what remedies might be adopted.

martedì 18 maggio 2010

Pensionamento e giovani

Ritorniamo sul problema dell'invecchiamento dei docenti universitari, tema che abbiamo affrontato varie volte nel passato (con varie polemiche) come anche nel libro "I ricercatori non crescono sugli alberi". Il Partito Democratico ha recentemente elaborato un documento dove si propone di abbassare l'età pensionabile a 65 anni. Non possiamo che essere d'accordo con una tale proposta che d'altronde coincide con quanto abbiamo scritto negli ultimi 5 anni sull'argomento. Tuttavia, come spiegato nel libro, una iniziativa del genere dovrebbe far parte di un quadro di riforme che prenda in considerazione vari aspetti sia del pensionamento che del fenomeno del precariato prolungato. Scrivevamo infatti nel libro:

Se da un lato l’abbassamento dell’età pensionabile è auspicabile, almeno per rimetterci in linea con gli altri paesi sviluppati (e non!), dall’altro è chiaro che l’innalzamento dell’età alla quale si viene assunti nel mondo universitario aggraverà la situazione dei nuovi dipendenti. La diminuzione dell’età pensionabile funzionerà a tutto danno proprio delle ultime generazioni, quelle più penalizzate dalla situazione che si è creata negli ultimi tre decenni. Chi è assunto a 40 o 45 anni riuscirà ad andare in pensione con un’anzianità contributiva che gli permetta di sopravvivere dignitosamente?


Il problema è dunque di importanza fondamentale per qualsiasi tentativo serio di riforma (e l'attuale Gelmini disegno di legge semplicemente non lo considera). Ma insieme a questo c'è il problema del pensionamento massiccio che inevitabilmente avverrà nel prossimo decennio quando il famoso"tsunami" arriverà alla costa dell'età pensionabile. Si può stimare che 1/3 dei docenti attuali andranno in pensione dell'arco di pochi anni (vedi la figura a lato che mostra la distribuzione in età dei docenti universitari nel 1997 e nel 2008), mentre il numero di precari è stimato essere dello stesso ordine di grandezza del numero di docenti di ruolo (circa 60,000 unità). Di nuovo, un tentativo di riforma serio, come pure un'opposizione politica consapevole e responsabile, dovrebbe tenere presente la dimensione di questi fenomeni e capire quali siano le conseguenze per l'università per intervenire in tempo. Senza lasciare che sia il sistema stesso a cercare da solo delle vie di sopravvivenza (docenti a contratto) e senza creare le condizioni per una massiccia ope-legis. Mentre si capiscono le mire della riforma Gelmini, lo smantellamento dell'università pubblica, non si riesce a capire perché l'opposizione parlamentare del PD non riesca ad uscire da uno stato di subalternità culturale ed elaborare delle proposte sistematiche per una riforma del sistema universitario e della ricerca che tengano in considerazioni quali siano i problemi reali dell'università, sia attuali che in prospettiva. L'abbassamento dell'età pensionabile è sì una proposta concreta che va nella direzione giusta, ma deve essere integrata da una visione lungimirante del ruolo dell'università che non si riesce a capire quale sia.

venerdì 19 febbraio 2010

Cattedra fino a 75 anni solo per i professori ordinari: un emendamento del governo bocciato


La maggioranza ha recentemente proposto un emendamento al 1441-quater, che permetteva ai professori di rimanere "fuori ruolo", pagati dall'INPS ma mantenendo tutti gli incarichi (direttori etc) per 5 anni, cioé fino a 75 anni di età. Quindi il fuori ruolo che con tanta fatica era stato abolito dal governo Prodi (cosi' come il biennio aggiuntivo) adesso sembra poter ritornare dalla finestra. Su questo emendamento il PD ha fatto opposizione, e grazie a 4 casi di coscienza della maggioranza che si sono astenuti la maggioranza è andata sotto e l'emendamento non è passato.

Nel suo lucido intervento Giovanni Bachelet ribadisce il fatto che "In questo spirito ritengo che dovremmo andare verso la pensione a 65 anni per tutti i docenti senza distinzione di fasce" Qui altri interventi contrari.

Qui la nostra analisi dell'invecchiamento del corpo docente e l'analisi dei costi Infine qui vari articoli sul tema del pensionamento "anticipato" per i docenti universitari. Ricordiamo che nei paesi Europei l'età della pensione è generalmente fissata a 65 anni. Negli Stati Uniti non c'e' limite ma la carriera non e' legata all'anzianita' (vedi qui e qui ).