"I ricercatori non crescono sugli alberi" è il titolo del libro scritto a quattro mani da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sulla ricerca e l'università in Italia. E' stato pubblicato da Laterza a gennaio 2010. A cosa serve la ricerca, perché finanziarla, cosa fanno i ricercatori, che relazione c'è tra ricerca ed insegnamento, come riformare il sistema della ricerca e dell'università, a quali modelli ispirarsi. Due cervelli non in fuga denunciano la drammatica situazione italiana e cosa fare per uscire dalle secche della crisi. Perché su una cosa non c'è dubbio: se ben gestito, il finanziamento alla ricerca non è un costo ma l'investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e delle nuove generazioni.
mercoledì 20 ottobre 2010
Dibattito sulla riforma Gelmini su Scienza in Rete
Continua il dibattito su Scienza in rete con l'intervento di Giorgio Parisi che segue quello di Alberto Mantovani e di Francesco Sylos Labini
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lunedì 18 ottobre 2010
Blocco del Ddl Gelmini
Verrebbe da dire: chi di spada ferisce di spada perisce. Dopo il blocco delle assunzioni negli enti di ricerca ed il blocco del turnover, misure che negli ultimi dieci anni hanno distrutto le prospettive di carriere per migliaia di giovani ricercatori, ora assistiamo al blocco del Ddl Gelmini. Il motivo è molto semplice: senza risorse non si va da nessuna parte. In questo senso il giudizio sul Ddl Gelmini non può essere isolato dagli altri provvedimenti varati da questo governo a partire dal taglio del 20% al fondo di finanziamento ordinario delle università (legge 133/2008, approvata in 5 minuti senza alcuna discussione pubblica) che sta mettendo, letteralmente, sul lastrico le università italiane. E’ chiaro che una riforma senza risorse non è possibile ed infatti il Ddl Gelmini è stato bloccato proprio per non avere la copertura finanziaria nell’unico punto in cui incrementa la spesa, ovvero la richiesta di 9000 posti di professore associato richiesti per dare uno sbocco possibile ai 25000 ricercatori attuali. Questo è avvenuto in quanto nella riforma è prevista una nuova procedura di accesso al posto di professore associato tramite la cosiddetta (con un malizioso uso delle parole) tenure-track (TT) ed in quanto il ruolo di ricercatore universitario viene messo in esaurimento. Questa situazione provoca dunque uno stallo: come fanno gli attuali ricercatori a fare dei concorsi per professore associato se a questa posizione si dovrebbe accedere solo con la TT ?Per risolvere questo puzzle il legislatore non ha saputo fare niente di meglio che promettere i 9000 posti in aggiunta a quelli ordinari che si sbloccano con il pensionamento dei docenti già in ruolo. A me sembra che questa sia una soluzione estemporanea e malfatta che comunque non soddisfa le richieste degli attuali ricercatori. Una riforma sensata deve prendere le sue mosse dalla situazione esistente e non ignorarla a priori, perché altrimenti genera più problemi di quanti ne risolve. Infine vorrei notare che i 9000 posti di associato, contenuti in un emendamento della commissione cultura a settembre (quando la situazione era già chiara in questo senso dal 1980), sono stati considerati proprio per venire incontro alle richieste dei ricercatori universitari ed in particolare alla loro rete 29 aprile, che ha dichiarato l’indisponibilità a fare lezione, attendendosi scrupolosamente a quanto previsto dalla legge attuale: i ricercatori non sono tenuti a fare lezione. In breve, lo stallo in cui il Ddl si trova adesso è frutto della miopia che ha guidato il legislatore e della determinazione dei ricercatori a non accettare una riforma che di fatto li mette in un ruolo marginale e gli azzera le prospettive di carriere.
Uno degli aspetti del Ddl Gelmini che viene spesso citato in maniera elogiativa è l’ introduzione della valutazione (tramite per il momento un agenzia apposita, l’Anvur, tra l’altro già prevista dal MinistroMussi e che per il momento è una scatola vuota) . A mio avviso non ha senso perseguire una valutazione senza risorse, come è insensato tagliare in modo indiscriminato tutti. Dunque si passerà dagli slogan ai fatti quando si introdurrà un meccanismo di premio/punizione (per i singoli o al massimo per i dipartimenti e non per gli atenei, strutture troppo inerziali per cambiare in un lasso di tempo ragionevole) in base ai risultati ottenuti, ma per il momento non ci sono stati segnali incoraggianti in questo senso. Non si può solo promettere e tagliare. Inoltre una seria volontà di riforma si dovrebbe misurare considerando i problemi che risolve senza crearne degli altri. Fare una riforma senza risorse finanziarie è impossibile, ma di sicuro ci sono tante cose che si potrebbero fare a costo zero e sulle quali non si è intervenuti minimamente.
Esempi: far svolgere i concorsi nello stesso periodo dell’anno, aumentare la trasparenza nei concorsi, incentivare la mobilità e disincentivare le assunzioni di personale “locale”, rendere comprensibile il bando di un concorso anche ad una persona normale, introdurre delle correlazioni tra retribuzione e merito, incentivare il meccanismo delle overhead (le overhead sono quelle percentuali di fondi che vengono attribuite ai dipartimenti o all’università per le spese generali, quando un ricercatore universitario ha una ricerca finanziata da fonti esterne all’università: le overhead sono detratte dai fondi per la ricerca a disposizione del ricercatore. In Italia le overhead sono praticamente zero, mentre in Europa si aggirano su 20 per cento e possono raggiungere il 50 per cento in molte importanti istituzioni americane). Non penso che sia facile fare una riforma sensata dell’università italiana, ma il Ddl Gelmini è da rottamare in primo luogo perché non presta alcuna attenzione alla parte più giovane del sistema universitario che ne rappresenta il futuro. Mi auguro che il periodo di mobilitazione dei ricercatori, dei docenti e degli studenti che è appena iniziato riesca a generare una discussione pubblica sulla sostanza di come debba essere fatta una riforma dell’università ricordandosi sempre che il meno peggio è nemico del bene.
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venerdì 15 ottobre 2010
Numero di alfabeta2 sull'università
Il nuovo numero di alfabeta2 è in Edicola. E' in parte dedicato a:"Dall’emergenza della discussione parlamentare sulla legge Gelmini e dalla mobilitazione di protesta della forza-lavoro meno garantita nasce il titolo Allarme Università. Apre il dossier Umberto Eco con le sue Riflessioni sparse su presente e futuro, seguito dalle analisi di Daniele Giglioli, Pierluigi Pellini, Michele Emmer, Mario Domenichelli, Francesco Sylos Labini e altri."
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mercoledì 13 ottobre 2010
L’investimento in conoscenza paga
Per avere qualche riferimento sul finanziamento dell’università e della ricerca vediamo cosa succede all’estero ed in particolare in Asia e negli Stati Uniti. Vari paesi asiatici stanno facendo investimenti enormi nelle loro università. L’idea di fondo è semplice: questi investimenti servono a produrre un gran numero di persone che potranno poi contribuire alla crescita economica del paese: rappresentano il carburante per l’innovazione e la crescita economica. Pensiero critico ed innovazione sono due aspetti complementari che si formano con l’istruzione superiore.
Il sempre attento Pietro Greco analizza il quadro delineato dal National Science Board nelScience and Engineering Indicators che la National Science Foundation degli Stati Uniti pubblica, in genere, con cadenza biennale. Il dato più interessante riguarda l’Asia, in cui le risorse finanziarie a Ricerca & Sviluppo sono triplicate dal 1996 al 2007 ed in particolare la Cina, che investe quanto l’Europa
“Ma da qui a qualche anno questi traguardi saranno abbondantemente superati. La Cina si appresta a diventare a ogni livello la seconda potenza scientifica del mondo, dopo gli USA.”
Basti considerare che in Cina negli ultimi dodici anni il numero di ricercatori è triplicato e la Cina ha lo stesso numero di ricercatori di USA e Unione Europea. Il numero di laureati ed il numero dei dottorati sono anche esplosi con la conseguenza che “Nell’output scientifico in senso stretto: il numero di articoli prodotti da scienziati americani ed europei che era complessivamente pari al 69% del totale mondiale nel 1995 è sceso al 58% nel 2008, mentre la quota degli articoli di scienziati asiatici è passata dal 14 al 23%. In campo tecnologico le conseguenze sono ancora più evidenti. Nel 1995 Stati Uniti ed Europa possedevano una fetta superiore al 40% nella torta del commercio mondiale di beni ad alta tecnologia. Nel 2008 la quota è scesa sotto il 30% complessivo. La Cina è diventata il principale esportatore al mondo di prodotti hi-tech. E l’Asia esporta il doppio di prodotti ad alta tecnologia di Usa ed Europa messi insieme.”
E’ noto infatti che vi sia una «significativa correlazione fra la ‘qualità delle pubblicazioni’ delle varie nazioni ed il corrispondente ‘indice di innovazione’. Viene fuori che i paesi dove si pubblicano più articoli scientifici di qualità sono anche quelli dove è maggiore il grado di innovazione industriale». E che dunque «Non esiste paese al mondo dove coesistano ‘elevata innovazione’ e ‘bassa qualità scientifica della ricerca’. Non resta quindi che ammettere che la ricerca di qualità, per quanto auto-referenziale, correla fortemente con la capacità di fare innovazione».
Come notato da Bill Costello in un articolo dal titolo “Il declino delle università americane”“Attualmente gli Stati Uniti hanno le migliori università del mondo che attraggono i migliori studenti. Ma senza un maggior investimento gli Stati Uniti non avranno più le migliori università del mondo, non saranno più i leader mondiali dell’innovazione e non avranno più la più grande economia del mondo. E’ il momento per gli Stati Uniti di aumentare, e non ridurre, il finanziamento dell’università. Come il patriota americano, inventore e filosofo Benjamin Franklin disse L’investimento in conoscenza paga i migliori dividendi” .
(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)
Il sempre attento Pietro Greco analizza il quadro delineato dal National Science Board nelScience and Engineering Indicators che la National Science Foundation degli Stati Uniti pubblica, in genere, con cadenza biennale. Il dato più interessante riguarda l’Asia, in cui le risorse finanziarie a Ricerca & Sviluppo sono triplicate dal 1996 al 2007 ed in particolare la Cina, che investe quanto l’Europa
“Ma da qui a qualche anno questi traguardi saranno abbondantemente superati. La Cina si appresta a diventare a ogni livello la seconda potenza scientifica del mondo, dopo gli USA.”
Basti considerare che in Cina negli ultimi dodici anni il numero di ricercatori è triplicato e la Cina ha lo stesso numero di ricercatori di USA e Unione Europea. Il numero di laureati ed il numero dei dottorati sono anche esplosi con la conseguenza che “Nell’output scientifico in senso stretto: il numero di articoli prodotti da scienziati americani ed europei che era complessivamente pari al 69% del totale mondiale nel 1995 è sceso al 58% nel 2008, mentre la quota degli articoli di scienziati asiatici è passata dal 14 al 23%. In campo tecnologico le conseguenze sono ancora più evidenti. Nel 1995 Stati Uniti ed Europa possedevano una fetta superiore al 40% nella torta del commercio mondiale di beni ad alta tecnologia. Nel 2008 la quota è scesa sotto il 30% complessivo. La Cina è diventata il principale esportatore al mondo di prodotti hi-tech. E l’Asia esporta il doppio di prodotti ad alta tecnologia di Usa ed Europa messi insieme.”
E’ noto infatti che vi sia una «significativa correlazione fra la ‘qualità delle pubblicazioni’ delle varie nazioni ed il corrispondente ‘indice di innovazione’. Viene fuori che i paesi dove si pubblicano più articoli scientifici di qualità sono anche quelli dove è maggiore il grado di innovazione industriale». E che dunque «Non esiste paese al mondo dove coesistano ‘elevata innovazione’ e ‘bassa qualità scientifica della ricerca’. Non resta quindi che ammettere che la ricerca di qualità, per quanto auto-referenziale, correla fortemente con la capacità di fare innovazione».
Come notato da Bill Costello in un articolo dal titolo “Il declino delle università americane”“Attualmente gli Stati Uniti hanno le migliori università del mondo che attraggono i migliori studenti. Ma senza un maggior investimento gli Stati Uniti non avranno più le migliori università del mondo, non saranno più i leader mondiali dell’innovazione e non avranno più la più grande economia del mondo. E’ il momento per gli Stati Uniti di aumentare, e non ridurre, il finanziamento dell’università. Come il patriota americano, inventore e filosofo Benjamin Franklin disse L’investimento in conoscenza paga i migliori dividendi” .
(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)
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Intervista sul sito Ustation
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martedì 12 ottobre 2010
Perché la riforma Gelmini è da rottamare prima che nasca
Le discussioni sul DDL Gelmini sono spesso basate su slogan del tipo: introduce la meritocrazia e la valutazione nell'università, limita i poteri dei "baroni", ecc. A me sembra che dietro questi slogan non ci sia nulla di concreto, tantomeno l'introduzione di criteri di valutazione seri o dei limiti ai poteri dei baroni. Questa è una riforma che non presta alcuna attenzione alle forze più fresche ed attive del mondo della ricerca e dell'università. La riforma Gelmini, con le sue 179 norme più le deleghe (che fa 500 norme)rappresenta l’affossamento definitivo del sistema pubblico.
IL CORPO DOCENTE
Il corpo docente dell'università (professori ordinari, associati e ricercatori) è il più anziano tra i paesi OCSE. In particolare vi è un grande quantità di ultra-sessantenni (27% con età maggiore di 60 anni, di cui il14% con età maggiore di 65 anni) ed una piccola frazione di giovani (1,8 % sotto i 30 anni e 14% tra 30 e 40). E’ bene tenere presente che entrambe queste caratteristiche non si ritrovano in nessuno dei paesi sviluppati (e non!).
Dal 1980 al 2005, si osserva un innalzamento dell’età media di reclutamento che cresce di circa quattro mesi ogni anno, ovvero i ricercatori assunti nel 1980 erano mediamente di otto anni più giovani rispetto a quelli assunti nel 2005 (29 anni nel 1980 e 37 nel 2005). Questa tendenza è caratteristica del sistema universitario nella sua interezza ed è un fenomeno di lungo corso. In tutti gli altri paesi europei i docenti universitari vanno in pensione a 65 anni. In Italia, si arriva oltre i 70. Il numero di “precari” («giovani» ricercatori qualificati con contratti di lavoro temporanei) nell’università e negli enti di ricerca è stimato essere una frazione rilevante che coinvolgono più del 50% del personale a tempo indeterminato circa (stimedicono addirittura il 100%, ovvero 70,000 o più unità). Dal breve elenco di cui sopra si nota che l’Italia è il paese al mondo in cui è massimo il contrasto tra giovani ed anziani nel corpo docente. Dunque per rimetterci in linea con il resto del mondo bisognerebbe considerare seriamente la proposta di abbassare l’età pensionabile dei docenti a 65 anni. E' una proposta del tutto ragionevole e necessaria. Ovunque si va in pensione a 65-67 anni. Ma un intervento così delicato andrebbe considerato all'interno di una riforma seria dell'università e discusso nel contesto in cui avviene, perché sono tanti i problemi che emergono insieme a quello dell’età pensionabile. Nei prossimi 10 anni, tra il 40 e il 50 per cento del corpo docente attuale andrà in pensione. Diminuendo improvvisamente l’età pensionabile questa frazione aumenterebbe, andando oltre il 60 per cento. Se poi consideriamo il blocco del turn over al 20 per cento, ecco che diventa chiaro un disegno di ridimensionamento del sistema universitario italiano, cosa che potrebbe in linea di principio avere un senso (ma non lo ha se si vogliono raggiungere standard europei) ma solo dopo una discussione pubblica ed approfondita del ruolo dell'università nella società e non come indotto di una politica di tagli indiscriminati.
RECLUTAMENTO
Vediamo come viene affrontato il problema del reclutamento, problema chiave non solo per l'immissione in ruolo di nuove leve ma anche per la progressione di carriera degli attuali docenti. Il DDL Gelmini vuole introdurre una figura nuova ispirata alla tenure-track (TT) americana. La TT è un contratto che alla fine di un periodo di prova, in genere di cinque anni, prevede l'assunzione a tempo indeterminato se la valutazione è positiva. E' quindi prevista da subito la copertura finanziaria per l'eventuale posizione tenured. Nella versione italiana invece, la conferma nel ruolo di associato avviene dopo il conseguimento di un giudizio di idoneità nazionale ed il superamento di un concorso locale, senza prevedere dall'inizio la copertura finanziaria per il posto permanente. La TT negli Stati Uniti funziona perché l’università assicura da subito la copertura finanziaria per la posizione permanente (per sempre). Le università italiane ad oggi non sanno ancora quale sia lo stanziamento di bilancio per l’anno in corso, dunque è evidente che la forma italiana della TT è simile ad un contratto a tempo determinato piuttosto che alla vera TT americana.
Inoltre viene messo in esaurimento il ruolo di ricercatore, figura introdotta con la 382/1980 e che è ancora in attesa della definizione dello stato giuridico. Secondo le attuali norme i ricercatori universitari non sono tenuti ad insegnare ma in realtà circa la metà dei corsi sono affidati a loro. Da questa situazione, e dal fatto che le prospettive di carriera per i ricercatori sono del tutto incerte con l'introduzione della TT (all'italiana), una gran parte dei ricercatori ha deciso l'indisponibilità a fare i corsi. Questo non è uno sciopero ma, appunto, una indisponibilità a fare un lavoro che, per legge, non sono tenuti a fare. In buona sostanza l’abolizione del posto di ricercatore con la sua sostituzione con la TT (all'italiana) è una presa in giro non solo per gli attuali ricercatori, ma per i 50.000 o più precari dell’università.
SALARI
È noto che un ricercatore in Italia, all’ingresso, percepisce una retribuzione netta di circa 1.500 euro al mese (contro i quasi 2.000 di Francia e Spagna e i 2.500 del Regno Unito), mentre un professore ordinario a fine carriera ha una retribuzione del tutto comparabile agli stipendi dei professori delle università americane (dell’ordine di 100.000 euro lordi all’anno). A questo riguardo è importante notare che, mentre negli Stati Uniti lo stipendio di un professore è correlato al merito accademico, in Italia ciò dipende, all’interno di ogni fascia, solo dall’anzianità di servizio. Quindi, contrariamente agli Stati Uniti, la fascia di professori universitari d’età avanzata coincide con la fascia maggiormente retribuita. Questo fatto può essere dimostrato in maniera quantitativa calcolando la retribuzione media percepita dai docenti di una certa età. Come ci si poteva aspettare, osserviamo una semplice relazione lineare tra età e retribuzione, definite quindi da due quantità, determinate dalla politica salariale, che sono lo stipendio di entrata e la differenza tra retribuzione minima e massima. Dunque, in media, a 30 anni si guadagnano 20.000 euro l’anno, a 50 anni 60.000 ed a 70 se ne guadagnavano 80.000 nel 2002 e quasi 95.000 nel 2004. Questa disparità sembra paradossale, considerando che le necessità economiche di un settantenne sono senz’altro inferiori rispetto a quelle di un trentenne o quarantenne che sia. Analizzando i dati delle retribuzioni dei docenti per vari anni accademici (1998-2004) è possibile osservare come la differenza tra la retribuzione minima e quella massima sia rimasta sostanzialmente invariata negli anni, mentre lo stipendio d’ingresso di un giovane ricercatore è cresciuto di poco. Un aumento che compensa in parte l’inflazione ma certamente non in maniera adeguata da poter confrontare tale stipendio con quello percepito in un altro paese europeo e dunque tale da rendere competitivo il nostro sistema universitario.
Possiamo quindi concludere che la tendenza delle variazioni delle retribuzioni negli anni 1998-2004 non è andata nella direzione di una ripartizione più equa delle risorse tra giovani ed anziani. Dall'analisi dei dati OCSE, si giunge alla conclusione che un ricercatore italiano con un'esperienza lavorativa tra 0 e 4 anni guadagna circa 12.500 euro l'anno contro i 30.500 del collega francese ed i circa 24.000 di quello tedesco. In Spagna si arriva comunque vicino a 17.000: per trovare compensi più bassi bisogna guardare ai Paesi dell'Est. Inoltre si tenga presente che i salari di ingresso attuali sono più bassi di quelli delle generazioni precedenti. Negli ultimi anni si è assistito ad un ritardo nelle progressioni di carriera che dunque hanno aggravato la situazione salariale delle componente più giovane del corpo accademico anche nella prospettiva della pensione.
VALUTAZIONE
Passiamo alla questione della valutazione, tema strettamente collegato alla meritocrazia. Il DDL Gelmini non s'impegna nel disegno di un sistema di incentivi che cerchi di premiare chi fa bene e punire chi fa male. Finora di passi concreti verso una valutazione dell’attività di ricerca non ne sono stati fatti, né durante il Ministero Mussi né durante il Ministero Gelmini. L'unico tentativo è stato quello fatto durante il ministero Moratti con il CIVR che ha analizzato la produttività scientifica 2001-2003, senza poi alcun tipo di riscontro nella successiva distribuzione delle risorse.
A questo riguardo, va sottolineato come le parole siano spesso usate per creare una cortina fumogena che nasconde i pochi fatti. Ad esempio, le linee guida diffuse dal ministro Gelmini il 6 novembre 2008 intendevano dare: «Autonomia e responsabilità, quindi, ma anche, soprattutto, il merito come criterio costante di scelta: nell’allocazione delle risorse, nella valutazione dei corsi e delle sedi, nella scelta e nella remunerazione dei docenti, nella promozione della ricerca». Inoltre si dichiarava che: «Già nel 2009 il 7% di tutti i fondi di finanziamento alle università sarà erogato su base valutativa e la percentuale è destinata a crescere rapidamente negli anni successivi per allinearci alla migliore prassi internazionale. L’obiettivo è infatti quello di raggiungere entro la legislatura il 30%». Questi buoni propositi, finora, sono rimasti tali e, come notato da Daniele Checchi e Tullio Jappelli, a metà del 2009 nessun passo concreto è stato fatto verso una ripartizione reale del finanziamento in base alla produttività didattica o scientifica degli atenei. Gli stessi autori, analizzando i criteri con i quali vengono ripartiti i fondi collegati alla Programmazione triennale 2007-2009, concludono: «La morale è che comunque ti comporti avrai qualcosa, e che premio e sanzione non differiscono di molto».
Il punto chiave, non affrontato in alcun modo dal DDL Gelmini, sarebbe stato quello di puntare ad un sistema di incentivi secondo il quale le risorse siano distribuite ai dipartimenti e non agli atenei. Una valutazione analitica e sistematica del sistema universitario è indispensabile per identificare quello che funziona e quello che non funziona, per premiare chi fa bene e "punire" chi fa male. Tuttavia nell'attuale situazione si vuole perseguire una valutazione senza risorse, ovvero perseguire obiettivi di qualità senza strumenti. Il taglio nel finanziamento all'università è stato di fatto orizzontale: si colpisce indipendentemente dal merito ed è una mannaia che si abbatte in maniera indiscriminata su tutto e su tutti, ed in particolare sugli anelli più deboli del sistema universitario, i cosiddetti "giovani".
La meritocrazia nel DDL Gelmini è delegata all’istituzione dell’ANVUR, di cui tra l’altro si parla da un decennio e che per il momento è una scatola vuota.
GOVERNANCE
Uno dei punti cardine del DDL Gelmini è la riforma della governace universitaria, in cui vi sarà un Senato Accademico senza poteri ed un Consiglio di Amministrazione che diventa il vero organo deliberante dell'ateneo. In questo quadro i Rettori assumono un potere notevolissimo, che di fatto già hanno (e quindi il DDL non fa che istituzionalizzare una situazione che di fatto già esiste ed i Rettori non possono essere che contenti, ed infatti lo sono). L'idea è che il CdA sia aperto all'esterno, ma non si affronta la domanda: chi sono i membri esterni? La riforma della governance apre le porte per la trasformazione delle università in ASL, in cui oltre al potere accademico ci saranno interferenze da parte del potere politico
CONCLUSIONE
Concludo citando Il Senato Accademico dell'Università La Sapienza: “Abbiamo fatto tutto il possibile: abbiamo ridotto i Dipartimenti del 40%, le Facoltà del 60%, riordinato la governance, decentrando tutti i poteri gestionali di ricerca e didattica ai Dipartimenti con organi centrali e Facoltà che hanno funzione di valutazione premiale delle attività. La responsabilità è ora del Governo e del Parlamento che debbono dare risposte concrete sui finanziamenti ormai drammaticamente insufficienti (l’università italiana è ultima in Europa) e sullo stato giuridico che i ricercatori attendono da 30 anni. La Sapienza ha operato per razionalizzare, risparmiare e riprogettare in funzione della qualità. Se dalla politica non ci saranno risposte, soprattutto finanziare, avremo una didattica da terzo mondo e una ricerca in dissoluzione. In tali condizioni non saremo in grado di iniziare l’anno accademico 2010-2011”.
La riforma Gelmini non solo sta per assestare un colpo mortale all’università ed alla ricerca in Italia, ma sembra essere un vero e proprio insulto alle nuove generazioni. Quelli che nell’università non sono ancora entrati e che probabilmente, a parte rare eccezioni, non ci entreranno mai. C’è bisogno di un’opposizione intransigente, con iniziative consone alla gravità della situazione, ma è necessario anche elaborare una riforma dell’università che abbia presupposti e prospettive completamente differenti da quelle del DDL Gelmini. Perché rifiutare una riforma insensata come quella della Gelmini è necessario, ma difendere l’esistente è impossibile. Per questo una riflessione seria e sistematica è quantomai opportuna in questo momento, anche se mi sembra difficile che la classe accademica, che ha messo del suo nel generare il disastro attuale, sia capace di auto-riformarsi. C’è bisogno di un coinvolgimento di tutti, compresi gli studenti e gli attuali precari ed i ricercatori che alla fine rappresentano il futuro del sistema universitario, ed anche quella parte dei sindacati che lavora con competenza nel mondo della ricerca per capire come agire.
Pubblicato su La Scienza in Rete
Aggiornamento del 15.10.2010
Replica del Prof. Mantovani
L’intervento di Sylos Labini sulla “riforma da rottamare” richiama dati importanti e valutazioni condivisibili (per esempio lo stipendio dei ricercatori), ma anche errori o mancanze fattuali cruciali per la formulazione del giudizio globale (“da rottamare”). Mi soffermo su alcuni punti specifici in particolare sul tema valutazione-premialità-ricerca: [Leggi tutto]
e commento di FSL alla replica.
Alberto Mantovani, discutendo un mio precedente intervento [Perché la riforma Gelmini è da rottamare prima che nasca], ha messo in luce alcuni punti interessanti che vorrei commentare. Sono d'accordo con due punti chiave del suo intervento e in disaccordo con altri due. [Leggi tutto]
Pubblicato su La Scienza in Rete
Aggiornamento del 15.10.2010
Replica del Prof. Mantovani
L’intervento di Sylos Labini sulla “riforma da rottamare” richiama dati importanti e valutazioni condivisibili (per esempio lo stipendio dei ricercatori), ma anche errori o mancanze fattuali cruciali per la formulazione del giudizio globale (“da rottamare”). Mi soffermo su alcuni punti specifici in particolare sul tema valutazione-premialità-ricerca: [Leggi tutto]
e commento di FSL alla replica.
Alberto Mantovani, discutendo un mio precedente intervento [Perché la riforma Gelmini è da rottamare prima che nasca], ha messo in luce alcuni punti interessanti che vorrei commentare. Sono d'accordo con due punti chiave del suo intervento e in disaccordo con altri due. [Leggi tutto]
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mercoledì 6 ottobre 2010
Nobel ad un precario
Il premio Nobel per la fisica 2010 è stato assegnato ad Andre Geim e Konstantin Novoselov “per gli innovativi esperimenti sul grafene“. E’ interessante notare che Nosoleov ha 36 anni ed ha attualmente una borsa di studio presso l’università di Manchester in Inghilterra.
Il che vuole dire che è un precario: questa notizia, nel paese in cui c’è un’intera generazione “precaria” ed un’altra che si appresta a diventarlo, non può che essere una buona notizia.
Tornando a più infime questioni, c’è grande agitazione per lo slittamento della discussione del Ddl Gelmini alla Camera, che il Presidente Fini ha collocato per il 14 ottobre. Ma il 15 ottobre comincia alla Camera la sessione di bilancio che dura un mese (almeno) e che ha priorità su tutti gli altri provvedimenti. Dunque se ci saranno elezioni anticipate con buona probabilità la riforma Gelmini non verrà mai approvata. A me questa sembra un’ottima notizia. Invece ilProf. Panebianco è preoccupatissimo in quanto “La riforma del ministro Gelmini è un ambizioso tentativo di ridare slancio all’istruzione superiore“. Tanto preoccupato che sia ieri che oggi ha dedicato due fondi sul Corriere della Sera all’argomento.
Nel primo ha affermato che “Chi la [la riforma Gelmini, ndr] rifiuta in blocco lo fa per faziosità ideologica oppure perché appartiene ai settori più conservatori del mondo universitario“. Nel secondo si spinge a chiedere le dimissioni di Fini per avere spostato la discussione al 14 ottobre. Vedremo quale altra fantastica considerazione ci proporrà nel prossimo editoriale. Comunque, dopo aver decantato le lodi della riforma Gelmini, ovviamente senza nessun riferimento preciso a cosa ci sia di così straordinario, si passa, in un altro articolo del Corriere, cui lo stesso Pianebianco rimanda, ad una considerazione interessante. Si scopre che per legge i ricercatori universitari non sono tenuti ad insegnare ma che in realtà circa la metà dei corsi sono affidati a loro. Allora si viene informati che i “tecnici” del Ministero stanno valutando la seguente questione. Quanto pagare perché la protesta dei ricercatori rientri ? Ecco qui un rapido conto: 150 euro netti al mese per 25,000 ricercatori per 12 mesi fa 45 milioni di euro. Questo sarebbe il costo dell’obolo da elargire ai ricercatori per farli stare buoni e far rientrare la loro protesta, ovvero l’indisponibilità a fare i corsi.
La cosa che stupisce è come un giornale dal passato prestigioso come il Corriere della Sera si sia ridotto ad essere l’ house organ del Ministro Gelmini. Mai una parola di critica, mai una discussione ma tutti compatti verso l’obiettivo di una legge fatta da persone anziane che guardano solo il loro proprio interesse e che soprattutto non hanno idea di che cosa sia l’università italiana nell’anno 2010. Ed a cui non interessa assolutamente come sarà ridotta l’università italiana nel 2020, a meno che l’unica questione sia quella dello smantellamento del sistema di istruzione superiore pubblico.
Ho già avuto modo di affrontare in qualche post recente la splendida idea delle tenure track all’italiana (TTI), in cui si usa un nome anglosassone per coprire una porcheria all’italiana. La tenure track negli Stati Uniti funziona perché l’università assicura da subito la copertura finanziaria per la posizione permanente (per sempre). Le università italiane ad oggi non sanno ancora quale sia lo stanziamento di bilancio per l’anno in corso. L’abolizione del posto di ricercatore con la sua sostituzione con la TTI è una presa in giro non solo per gli attuali ricercatori ma per i 50,000 o più precari dell’università. La meritocrazia gelminiana si riduce all’istituzione dell’ANVUR, di cui tra l’altro si parla da un decennio. Finora di passi concreti verso una valutazione dell’attività di ricerca non ne sono stati fatti (d’altronde meritocrazia e Gelmini sono un ossimoro). La riforma della governance apre le porte per la trasformazione delle università in Asl. Sarà per faziosità ideologica (ancora non mi considero appartenente ai settori più conservatori del mondo universitario e della ricerca, visto che ci sono appena entrato) ma la riforma Gelmini, con le sue 179 norme più le deleghe (che fa 500 norme) mi sembra l’affossamento definitivo del sistema pubblico.
Ma forse Panebianco con il suo Corriere della Sera trasformato una sorta di Pravda sovietica, non considera un punto importante. Chi è interessato al problema dell’università non è la mitica “casalinga di Voghera” che prende e digerisce le sue informazioni da chi ha più potere nei media senza alcuno spirito critico. In principio è proprio nell’università che si forma la capacità di critica e dunque è da questo mondo, almeno dalla parte più “giovane” ed attiva, che deve nascere una sana opposizione al tentativo in corso di smantellamento dell’istruzione superiore. I giochi sono aperti, speriamo bene.
Il che vuole dire che è un precario: questa notizia, nel paese in cui c’è un’intera generazione “precaria” ed un’altra che si appresta a diventarlo, non può che essere una buona notizia.
Tornando a più infime questioni, c’è grande agitazione per lo slittamento della discussione del Ddl Gelmini alla Camera, che il Presidente Fini ha collocato per il 14 ottobre. Ma il 15 ottobre comincia alla Camera la sessione di bilancio che dura un mese (almeno) e che ha priorità su tutti gli altri provvedimenti. Dunque se ci saranno elezioni anticipate con buona probabilità la riforma Gelmini non verrà mai approvata. A me questa sembra un’ottima notizia. Invece ilProf. Panebianco è preoccupatissimo in quanto “La riforma del ministro Gelmini è un ambizioso tentativo di ridare slancio all’istruzione superiore“. Tanto preoccupato che sia ieri che oggi ha dedicato due fondi sul Corriere della Sera all’argomento.
Nel primo ha affermato che “Chi la [la riforma Gelmini, ndr] rifiuta in blocco lo fa per faziosità ideologica oppure perché appartiene ai settori più conservatori del mondo universitario“. Nel secondo si spinge a chiedere le dimissioni di Fini per avere spostato la discussione al 14 ottobre. Vedremo quale altra fantastica considerazione ci proporrà nel prossimo editoriale. Comunque, dopo aver decantato le lodi della riforma Gelmini, ovviamente senza nessun riferimento preciso a cosa ci sia di così straordinario, si passa, in un altro articolo del Corriere, cui lo stesso Pianebianco rimanda, ad una considerazione interessante. Si scopre che per legge i ricercatori universitari non sono tenuti ad insegnare ma che in realtà circa la metà dei corsi sono affidati a loro. Allora si viene informati che i “tecnici” del Ministero stanno valutando la seguente questione. Quanto pagare perché la protesta dei ricercatori rientri ? Ecco qui un rapido conto: 150 euro netti al mese per 25,000 ricercatori per 12 mesi fa 45 milioni di euro. Questo sarebbe il costo dell’obolo da elargire ai ricercatori per farli stare buoni e far rientrare la loro protesta, ovvero l’indisponibilità a fare i corsi.
La cosa che stupisce è come un giornale dal passato prestigioso come il Corriere della Sera si sia ridotto ad essere l’ house organ del Ministro Gelmini. Mai una parola di critica, mai una discussione ma tutti compatti verso l’obiettivo di una legge fatta da persone anziane che guardano solo il loro proprio interesse e che soprattutto non hanno idea di che cosa sia l’università italiana nell’anno 2010. Ed a cui non interessa assolutamente come sarà ridotta l’università italiana nel 2020, a meno che l’unica questione sia quella dello smantellamento del sistema di istruzione superiore pubblico.
Ho già avuto modo di affrontare in qualche post recente la splendida idea delle tenure track all’italiana (TTI), in cui si usa un nome anglosassone per coprire una porcheria all’italiana. La tenure track negli Stati Uniti funziona perché l’università assicura da subito la copertura finanziaria per la posizione permanente (per sempre). Le università italiane ad oggi non sanno ancora quale sia lo stanziamento di bilancio per l’anno in corso. L’abolizione del posto di ricercatore con la sua sostituzione con la TTI è una presa in giro non solo per gli attuali ricercatori ma per i 50,000 o più precari dell’università. La meritocrazia gelminiana si riduce all’istituzione dell’ANVUR, di cui tra l’altro si parla da un decennio. Finora di passi concreti verso una valutazione dell’attività di ricerca non ne sono stati fatti (d’altronde meritocrazia e Gelmini sono un ossimoro). La riforma della governance apre le porte per la trasformazione delle università in Asl. Sarà per faziosità ideologica (ancora non mi considero appartenente ai settori più conservatori del mondo universitario e della ricerca, visto che ci sono appena entrato) ma la riforma Gelmini, con le sue 179 norme più le deleghe (che fa 500 norme) mi sembra l’affossamento definitivo del sistema pubblico.
Ma forse Panebianco con il suo Corriere della Sera trasformato una sorta di Pravda sovietica, non considera un punto importante. Chi è interessato al problema dell’università non è la mitica “casalinga di Voghera” che prende e digerisce le sue informazioni da chi ha più potere nei media senza alcuno spirito critico. In principio è proprio nell’università che si forma la capacità di critica e dunque è da questo mondo, almeno dalla parte più “giovane” ed attiva, che deve nascere una sana opposizione al tentativo in corso di smantellamento dell’istruzione superiore. I giochi sono aperti, speriamo bene.
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martedì 5 ottobre 2010
Precario Nobel?
Le mie congratulazioni a Kostya Novoselov, "ricercatore precario", vincitore del premio Nobel per la fisica 2010.
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Intervista su "Avvenire"
Stiamo protestando nell’unica maniera civile e legale che ci è concessa». Così, in una “lettera aperta a studenti e genitori”, il Coordinamento nazionale ricercatori universitari (Cnru) - 25.435 quelli in servizio, secondo i dati 2009 del Ministero - spiega le ragioni del blocco delle lezioni in tanti atenei, per la decisione dei ricercatori di non insegnare più. A loro sostegno, sono scesi in campo anche i docenti, costringendo i Consigli di facoltà a posticipare l’avvio del nuovo anno accademico.
«I ricercatori – si legge nella lettera aperta – si sono sacrificati negli anni, svolgendo un compito che permettesse di mantenere la qualità e la quantità dell’offerta formativa e cioè della didattica». In altre parole, scrivono i promotori del Coordinamento, «il ricercatore, che deve fare ricerca e non “insegnare” e “fare lezione”» è stato costretto a «scegliere tra il proprio dovere e l’interesse dell’università e degli studenti». Il tutto per 1.250 euro al mese, che diventano 1.500 dopo i primi tre anni, ma restano ben lontani dai 1.800-2mila euro mensili degli omologhi francesi e tedeschi.
«I ricercatori – si legge nella lettera aperta – si sono sacrificati negli anni, svolgendo un compito che permettesse di mantenere la qualità e la quantità dell’offerta formativa e cioè della didattica». In altre parole, scrivono i promotori del Coordinamento, «il ricercatore, che deve fare ricerca e non “insegnare” e “fare lezione”» è stato costretto a «scegliere tra il proprio dovere e l’interesse dell’università e degli studenti». Il tutto per 1.250 euro al mese, che diventano 1.500 dopo i primi tre anni, ma restano ben lontani dai 1.800-2mila euro mensili degli omologhi francesi e tedeschi.
«Da una crisi – prosegue la lettera del Cnru – si esce anche sponsorizzando chi ha lavorato al di là delle proprie competenze, perché ha mostrato il proprio valore. Molti, inoltre, perderanno il loro posto di lavoro, perché “precari” o “a contratto”, pur avendo insegnato
e seguito gli studenti ». Di «vittoria dei ricercatori», parla “Rete29Aprile”, il «sito della protesta dei ricercatori universitari», a proposito del rinvio al 14 ottobre della discussione parlamentare del disegno di legge di riforma dell’università. «Ci auguriamo – si legge – che il governo sfrutti questa pausa di riflessione imposta, con senso di responsabilità e saggezza, dalla Camera dei Deputati per dare ascolto al mondo universitario e non solo ai rettori e per dare avvio a una riscrittura radicale di questo disegno di legge».
A fianco dei ricercatori sul piede di guerra scende anche Francesco Sylos Labini, autore, con Stefano Zapperi, del libro “I ricercatori non crescono sugli alberi” (Laterza), un crudo spaccato sulla realtà di questi studiosi. «Fanno bene a protestare: stiamo andando nella
direzione sbagliata », dice Sylos Labini senza troppi giri di parole. «In Italia – prosegue – le università hanno due grossi problemi, collegati tra loro: il reclutamento dei nuovi professori e il pensionamento dei vecchi, il cosiddetto ricambio generazionale. In sostanza, abbiamo la percentuale più alta di docenti over 60 anni e la più bassa di quella under 40».
Secondo l’analisi di Sylos Labini, in questi anni «l’università si è mantenuta grazie ai 50mila precari, docenti “a contratto” che, se passa questa riforma, non avranno più alcuna possibilità di diventare professori a tutti gli effetti».
Del disegno di legge Gelmini, il ricercatore contesta anche la volontà di «abolire il ruolo del ricercatore, che è una delle poche “valvole di sfogo” per l’assunzione di chi esce dall’università, e sostituirlo con la tenure track americana». «Questa – aggiunge Sylos Labini – negli Usa, prevede l’assunzione a tempo determinato di 3 o 4 anni. Al termine, chi ha prodotto dei risultati viene nominato professore in via definitiva. Da noi, invece, si resta precari per decenni».*
Paolo Ferrario*
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