"I ricercatori non crescono sugli alberi" è il titolo del libro scritto a quattro mani da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sulla ricerca e l'università in Italia. E' stato pubblicato da Laterza a gennaio 2010. A cosa serve la ricerca, perché finanziarla, cosa fanno i ricercatori, che relazione c'è tra ricerca ed insegnamento, come riformare il sistema della ricerca e dell'università, a quali modelli ispirarsi. Due cervelli non in fuga denunciano la drammatica situazione italiana e cosa fare per uscire dalle secche della crisi. Perché su una cosa non c'è dubbio: se ben gestito, il finanziamento alla ricerca non è un costo ma l'investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e delle nuove generazioni.




mercoledì 14 luglio 2010

Succede nel Paese di Galileo


La ricerca scientifica dovrebbe essere in teoria un settore a cui il Governo dovrebbe prestare una certa attenzione e cura per il suo ruolo nell’innovazione tecnologica e nella crescita culturale del paese. Le scelte strategiche sulla ricerca dovrebbero essere pubblicamente discusse e non dovrebbero essere prerogative di pochi, soprattutto se avulsi al mondo della ricerca stessa. La gestione degli enti di ricerca dovrebbe essere affidata a scienziati di chiara fama affiancati da degli amministratori che li aiutino a destreggiarsi nella giungla normativa della pubblica amministrazione. Gli stessi principi dovrebbero valere per l’università. Ma, come tutti i posti di “potere” del settore pubblico, gli enti di ricerca sono già diventati da tempo terreno di conquista per una sorta di sottobosco politico.

Le università, con la riforma della governance contenuta nel DDL Gelmini si apprestano a diventare una sorta di RAI generalizzata, nei cui consigli di amministrazione vedremo probabilmente personaggi che con l’università, la cultura e la ricerca non hanno niente a che fare. In più, di tanto in tanto arrivano sulla testa dei ricercatori decisioni incomprensibili e del tutto fuori dalla realtà.

Tra gli altri “incentivi” per la ricerca contenuta nell’ultima legge finanziaria c’è stata la proposta di accorpare l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) al CNR. Dunque dall’oggi al domani un ente di ricerca, che pure ha dei buoni numeri da un punto di vista della produzione scientifica, viene di fatto cancellato. Per fortuna l’accorpamentodell’INAF al CNR si trovava nella prima bozza di legge, che è stata poi modificata ed ora sembra (ma non si può mai dire) che l’INAF continuerà la sua attività. Tutto questo è avvenuto non solo senza una discussione pubblica, ma senza alcun motivo apparente, visto che, come rilevato dal Prof. Tommaso Maccacaro (Presidente dell’INAF)
in una lettera appello al Presidente Napolitano , non si sarebbe avuto nessun vantaggio da un punto di efficienza o spesa accorpando l’INAF al CNR. Gli scienziati afferenti all’INAF, sentendosi tra l’altro trattati come delle inutili fonti di spesa, per protestare contro queste decisioni arbitrarie ed irragionevoli e nella preoccupazione che l’accorpamento sia rimandato di qualche mese, hanno scritto un articolo per informare la comunità internazionale di questi avvenimenti . Concludono il loro articolo dicendo: “Il rapido peggioramento delle condizioni e le prospettive allarmanti ci hanno portato a questa iniziativa. In questa pagina web ci sono i curriculum vitae degli autori di questo articolo…Un giorno, prima o poi, potresti trovare uno di questi CV tra quelli che hanno fatto domanda alla posizione nell’Istituto dove lavori. Nel frattempo, consci che le nostre competenze siano a rischio di essere perdute, ci proponiamo per una serie di lezioni al tuo istituto, per piantare un seme della conoscenza che è nata e cresciuta nel nostro paese”.

Chi ci ha provato sa molto bene che spiegare quello che succede nell’università e nella ricerca in Italia ad uno straniero è una fonte inesauribile di frustrazioni. Ma la cosa più allarmante è che nell’opinione pubblica in Italia ed in chi dirige il sistema università-ricerca non si vede alcuna reale preoccupazione per la perdita di competitività del sistema ed è per questo che l’unica strada che rimane aperta è quella di appellarsi alla comunità internazionale o al Presidente della Repubblica.

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