"I ricercatori non crescono sugli alberi" è il titolo del libro scritto a quattro mani da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sulla ricerca e l'università in Italia. E' stato pubblicato da Laterza a gennaio 2010. A cosa serve la ricerca, perché finanziarla, cosa fanno i ricercatori, che relazione c'è tra ricerca ed insegnamento, come riformare il sistema della ricerca e dell'università, a quali modelli ispirarsi. Due cervelli non in fuga denunciano la drammatica situazione italiana e cosa fare per uscire dalle secche della crisi. Perché su una cosa non c'è dubbio: se ben gestito, il finanziamento alla ricerca non è un costo ma l'investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e delle nuove generazioni.




lunedì 8 marzo 2010

Tempi duri per i ricercatori (Sabato 27 Febbraio 2010 Corriere del Mezzogiorno)


Scritto da due fisici del Cnr, Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi, questo saggio spiega le funzioni della ricerca scientifica, il rapporto con l’insegnamento e riassume il dibattito sulla riforma universitaria. Poiché il sistema italiano è ormai degradato e degenerato è necessaria una profonda trasformazione, che non è però quella ispirata alle idee di privatizzazione che guidano la «famigerata», la definiscono gli autori, legge 133/2008, che prescrive considerevoli tagli ai bilanci universitari. Si è diffusa una visione del sistema accademico come di un mucchio di mafiosi e baroni, per cui l’unico modo per migliorarlo sarebbe di fare tabula rasa dell’esistente, quindi del sistema pubblico. Nel libro vengono avanzate alcune proposte, ispirate al buon senso e all’esperienza, per un rinnovamento della ricerca pubblica su criteri di razionalizzazione, valutazione dei lavori scientifici, abbassamento dell’età pensionabile e apertura alle nuove generazioni. Ma affinché la politica intervenga in questa direzione serve una nuova consapevolezza nell’opinione pubblica dell’importanza di ricerca e istruzione, cosa di cui in Italia si ha ancora ben poca coscienza.

Link

mercoledì 3 marzo 2010

Do you agree that the administrative burden and the financial regulation of European research funding should be simplified?




Sign this declaration- and invite others to join!

Join our voices across Europe to get this done
The funding of European research should be based on trust and responsible partnering. Today researchers in Europe face a lot of red tape and cumbersome financial regulations. We are not against rules. But we need to simplify.
Those who have signed this declaration ask the European Council of Ministers and the Parliament to simplify the administrative procedures and the financial provisions of European research funding.

lunedì 1 marzo 2010

Salviamo la ricerca italiana di Giovanna Dall'Ongaro

Recensione su Galileo





Sono passati più di tre anni ma nulla è cambiato. Le ragioni che avevano indotto i due fisici Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi a denunciare su Le Scienze nel 2006 (vedi Galileo) la drammatica situazione dell’università italiana sono tutte ancora perfettamente in piedi, come i birilli del bowling quando la palla slitta sul canale laterale. Nessuna iniziativa le ha scalfite, anzi alle vecchie se ne sono aggiunte di nuove, tanto che per affrontarle non basta più un articolo.

Nasce così “I ricercatori non crescono sugli alberi”, il libro da poco uscito per Laterza, in cui Sylos Labini e Zapperi snocciolano con inedita chiarezza i mali che affliggono il nostro sistema universitario. Pochi soldi, professori anziani (il 30% è tra i 55 e i 60 anni, mentre il 5% è sotto i 35), ricercatori precari, una burocrazia castrante, concorsi-pantomima e un nepotismo imperante. Tutto già noto? Mica tanto. Bastano un paio di percentuali e qualche paragone con l’estero per svelarci un quadro a tinte molto più fosche di quelle che avevamo immaginato.

Qualche esempio: la spesa pubblica per l’istruzione universitaria calcolata sulla spesa pubblica totale è in Italia pari all’1,6%, in Danimarca e in Finlandia è del 4%, negli Stati Uniti del 3,5%. “La ricerca in Italia – dicono Zapperi e Labini - è dunque trattata come una sorta di bene di lusso cui si può rinunciare quando i soldi scarseggiano.[...] In sostanza, il modo con cui negli ultimi anni è stato affrontato il problema della ricerca si basa su soluzioni inadeguate ed estemporanee, come gli osservatori più attenti hanno notato e i diretti interessati hanno sperimentato sulla propria pelle”.

Fanno bene i due autori a sottolineare che la loro è una testimonianza di prima mano, frutto di anni di lavoro come ricercatori fuori e dentro i confini del Belpaese. Sylos Labini lavora dal 2005 al Centro Enrico Fermi di Roma dopo avere passato otto anni tra Svizzera e Francia, mentre Zapperi, dopo avere ottenuto un Ph.D. alla Boston University è rientrato in Italia e attualmente è ricercatore presso il CNR di Modena. Forti della loro esperienza possono perciò rivendicare con una coraggiosa e giustificata presunzione il diritto a essere ascoltati. Non solo quando si lamentano delle cose che non vanno, ma anche quando propongono soluzioni per uscire dalla crisi.

Qui sta la forza di questo libro che merita di venire letto non solo per le cose che dice, ma anche per il modo in cui le dice. Il tono è quello di chi sente il terreno sprofondare sotto i propri piedi e cerca di mettere in guardia tutti coloro che, ignari del pericolo, continuano a camminare sul ciglio del burrone dando le spalle al baratro.
Lontano dalla ipocrita e noiosa oggettività di molti saggi socio-economici, il registro stilistico dei due fisici è piuttosto “sfacciato”. Una doccia fredda di 100 pagine che mette a dura prova ogni tentativo di minimizzare il problema: a fine lettura sarà difficile continuare a credere che i ricercatori crescano sugli alberi.

venerdì 19 febbraio 2010

Per una riforma dell’università di Mauro Capocci (recensione per Le Scienze, Marzo 2010)


Il buon senso non è tutto, ma spesso aiuta: è il pregio maggiore di questo libro. Per chi si occupa della questione «università e ricerca», il contenuto è per larga parte già noto: è però salutare, e importante, leggere un lungo ragionamento che incatena senza isterismi i diversi aspetti della crisi dell’accademia italiana. Emergono le evidenti origini medievali delle istituzioni: baronie, feudi, ius primae noctis, alte mura di protezione sono ancora all’ordine nel giorno nel terzo millennio. Hanno la forma di burocrazie mostruose e arbitrarie, di firme su pubblicazioni su cui non si è lavorato, di concorsi fintamente pubblici, di età considerata merito. L’aspetto anagrafico è forse quello più preoccupante, un tasto su cui battono più volte gli autori: la nostra classe accademica è anziana, e sta invecchiando sempre di più. L’ingresso di forze nuove avviene con il contagocce, ed è preceduto da forme sempre più degradate e degradanti di lavoro.


Anni di precariato con salari minimi, insegnamenti retribuiti con cifre irrisorie, per entrare nel sistema a quasi 40 anni. Le statistiche del 2007 sono impietose: il 56 per cento dei docenti universitari (ricercatori, associati, ordinari) ha più di 50 anni e il 14 per cento ha superato anche i 65. Nei paesi OCSE quest’ultima cifra si aggira intorno al 2 per cento, cioè l’equivalente di quanti sono in Italia gli strutturati sotto i 30 anni. Tra gli ordinari, gli ultracinquantenni sono l’81 per cento. Gli scatti automatici degli stipendi, indipendenti dalla produttività scientifica o didattica, sono poi specchio delle politiche di reclutamento degli atenei. La progressione di carriera, cioè i passaggi da ricercatore ad associato e da associato a ordinario, hanno assorbito la maggior parte dei finanziamenti per il personale nell’ultimo decennio.

È venuta a mancare la normale dinamica di reclutamento, piramidale, con molte immissioni nei ranghi più bassi e pochi spostamenti verso l’alto. Si è invece creata una situazione di casta. Una corporazione accademica chiusa, orientata ai propri interessi, quasi impermeabile al vasto mare di precarietà che la circonda e che permette l’esistenza stessa dell’accademia. Gran parte sono precari impiegati dall’università con forme contrattuali atipiche (assegni di ricerca, borse di studio, co.co.pro.) senza coperture di alcun tipo. Se in tutto il mondo il personale dell’università e della ricerca è in gran parte non permanente, i contratti sono più evoluti: stipendi normali, coperture assicurative, contributi pensionistici a vario titolo.


Il sistema italiano si è incancrenito negli anni, e nessuna riforma è mai riuscita a scalfirlo. Sottolineano giustamente gli autori che è mancata la responsabilità personale di chi compie le scelte: assumere un ricercatore che non produce nulla non comporta una diminuzione di finanziamenti per l’università. In assenza di una valutazione seria dei risultati scientifici, capace di incidere sulle scelte accademiche successive, il sistema non sarà mai in grado di migliorare.

Sylos Labini e Zapperi suggeriscono metodi internazionalmente riconosciuti per valutare la ricerca: nessuno è la soluzione perfetta, ma il peggiore sarebbe comunque un passo avanti. Ugualmente, una riforma non dovrebbe essere «emergenziale» né draconiana, come quelle annunciate in pompa magna da Moratti, Mussi, Gelmini (e Tremonti). Piuttosto dovrebbe prendere in considerazione un periodo di ammortizzazione, in cui il pensionamento anticipato (prima degli attuali 70 anni e più) non vada a discapito di chi a 40 anni entra nell’università con stipendi imbarazzanti (e arriverebbe a una pensione da fame). Le proposte sono varie e valide, ma soprattutto «normali». Indicano una strada percorsa da tanti altri paesi: assunzioni su base regolare, investimenti pubblici costanti e certi, valutazione della produttività scientifica, responsabilità personale. Una pianificazione di semplice buon senso in cui in molti (soprattutto i baroni) dovrebbero rinunciare a qualche privilegio, ma tutto il paese avrebbe da guadagnare.

Code lunghe ed Hindex

Abbiamo discusso in un precedente post
i motivi per i quali l'impact factor non sia una misura ragionevole dell'impatto scientifico di un articolo o di un autore. La distribuzione delle citazioni presenta delle code lunghe e dunque la media (l'impact factor) di citazioni per articolo pubblicato da una certa rivista non e' significativa. Qui discutiamo una maniera piu' efficace (ma tuttavia sempre parziale e limitata come spiegato in dettaglio nel libro) di misurare l'impatto di un autore, l'H-index. Uno scienziato è di indice H se ha pubblicato almeno H lavori, ciascuno dei quali è stato citato almeno H volte. Nella figura qui a fianco riportiamo la distribuzione dell' l'H-index di tutti i docenti di fisica nelle universita' italiane (ordinari, associati e ricercatori --- fonte ). Si nota che anche in questo caso la distribuzione si discosta da una Gaussiana: e' infatti caratterizzata da una "coda lunga" ovvero i valori lontani dal picco della distribuzione sono molto piu' probabili che nel caso Gaussiano. In breve questo implica che il valore medio, ovvero l'H-index medio di un fisico italiano, non sia una quantita' ben definita in quanto viene determinata dall'estensione della coda. Pochi valori distanti dal picco della distribuzione possono spostare in maniera significativa la media. Bisogna avere ben presente questo fatto quando si discutono parametri macroscopici che riguardano la valutazione di un' universita' o addirittura della produzione scientifica di un intero paese. E' interessante notare che questo tipo di distribuzioni siano piuttosto frequenti sia nei fenomeni naturali che in quelli sociali, ma le loro implicazioni sono spesso sottovalutate. Per approfondire leggi questo articolo divulgativo.

Cattedra fino a 75 anni solo per i professori ordinari: un emendamento del governo bocciato


La maggioranza ha recentemente proposto un emendamento al 1441-quater, che permetteva ai professori di rimanere "fuori ruolo", pagati dall'INPS ma mantenendo tutti gli incarichi (direttori etc) per 5 anni, cioé fino a 75 anni di età. Quindi il fuori ruolo che con tanta fatica era stato abolito dal governo Prodi (cosi' come il biennio aggiuntivo) adesso sembra poter ritornare dalla finestra. Su questo emendamento il PD ha fatto opposizione, e grazie a 4 casi di coscienza della maggioranza che si sono astenuti la maggioranza è andata sotto e l'emendamento non è passato.

Nel suo lucido intervento Giovanni Bachelet ribadisce il fatto che "In questo spirito ritengo che dovremmo andare verso la pensione a 65 anni per tutti i docenti senza distinzione di fasce" Qui altri interventi contrari.

Qui la nostra analisi dell'invecchiamento del corpo docente e l'analisi dei costi Infine qui vari articoli sul tema del pensionamento "anticipato" per i docenti universitari. Ricordiamo che nei paesi Europei l'età della pensione è generalmente fissata a 65 anni. Negli Stati Uniti non c'e' limite ma la carriera non e' legata all'anzianita' (vedi qui e qui ).

giovedì 18 febbraio 2010

Recensione di Gigi Roggero, Il Manifesto 18.2.2010



LA MISURA DEL POTERE PER I BARONI DELLA CONOSCENZA

La questione dell’università in Italia non riguarda il malaffare. Dire questo (si tranquillizzino i Travaglio, i Saviano e la fiorente editoria che campa sugli archivi di magistratura e polizia) non significa che non ci siano corrotti, al contrario. Significa invece spostare l’attenzione sulla struttura: è il sistema che produce corruzione, non sono i corrotti a determinare il sistema. Mostrarlo è un grande merito di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi, in un libro rigoroso e utile: su ricercatorialberi.blogspot.com commenti e recensioni (tra cui Roberta Carlini) testimoniano la capacità dei due fisici di aprire un dibattito sull’università non cannibalizzato dalla fame di scandali dell’opinione pubblica giustizialista.

I mali diagnosticati non sono inediti: lo storico sottofinanziamento della ricerca, l’irreversibile invecchiamento del corpo docente, il drammatico blocco del turn-over, le nefaste conseguenze delle politiche di Gelmini-Tremonti. Ma la dovizia di particolari e dati rende le argomentazioni ulteriormente convincenti e difficilmente controvertibili. Analizzando la struttura demografica, ad esempio, si mostra come il 56% dei docenti sia ultracinquantenne, mentre solo il 2% ha meno di trent’anni. Lette all’interno del sistema a code dell’università italiana, queste cifre spiegano non solo perché la precarietà sia (qui come altrove) un elemento strutturale del funzionamento degli atenei, ma anche perché – essendo la norma e non l’eccezione – non vi sia possibilità di riassorbimento, configurando piuttosto una lotta che avrà un forte aspetto generazionale.

Se la condanna delle politiche della maggioranza è, giustamente, senza appello, non si trova – altrettanto correttamente – alcuna fiducia nei “progetti” dell’opposizione. Così, se nel 2008 Berlusconi ha sacrificato i soldi per i progetti di ricerca al (fallimentare) salvataggio di Alitalia, l’anno prima il governo Prodi aveva dirottato i fondi agli autotrasportatori. La strategia di abbandono di formazione e ricerca è, dunque, interamente bipartisan. Un’assenza di idee riempita da una soffocante centralizzazione statalista e dall’ipernormativismo burocratico (come dimostrano il caso del Cnr e il Ddl Gelmini), in cui i drastici tagli devono essere compensati dall’aumento delle rette e dal basso costo della forza lavoro. È la ricetta di Perotti: la crisi la paghino studenti e precari.

“Liberalizzare” e “privatizzare” sono le parole magiche a cui gli autori si oppongono. Ma in un paese in cui i privati investono meno dell’1% nell’università e sono dopati dai soldi pubblici, la parola d’ordine centrale è “dismissione”, per conservare le posizioni di rendita e di potere che i riformatori giavazziani non si sognano affatto di toccare. Passando alle “terapie”, allora, è evidente che il primo nemico da abbattere è la struttura feudale. Prendiamo la questione del reclutamento: dopo l’ennesima inutile alchimia legislativa, è ormai chiaro a tutti che sono proprio i concorsi a perpetuare quello che gli autori chiamano lo “ius primae noctis” riservato ai baroni. Non possiamo allora dire che vanno aboliti? Perché non ipotizzare – tuffandosi in un coraggioso dibattito – una forma di chiamata diretta dall’anagrafe dei precari in cui i docenti paghino in prima persona (e sarebbe la prima volta) le scelte che fanno? Non consentirebbe forse ai precari da un lato maggiore mobilità, possibilità di reddito e aggregazione orizzontale, dall’altro di svincolarsi dal sistema a code e di individuare i reali rapporti di sfruttamento dentro l’università? Ciò permetterebbe, inoltre, di separare ciò che l’attuale trend aziendalistico-feudale unifica: valutazione e meritocrazia, ossia il lavoro vivo che produce i saperi e la misura artificiale che lo gerarchizza. Fare della valutazione un campo di battaglia, renderla immanente alla cooperazione sociale, significa dunque porre il problema della decisione sui fondi, sui salari e sul welfare, non abbandonarla al potere feudale, al disinvestimento dello Stato e al parassitismo privato. E se qualcuno grida alla complicità con il “neoliberismo”, faccio presente che, mutatis mutandis, il punto di vista è analogo a quello di Lenin nella polemica con i populisti sullo “sviluppo del capitalismo”. Quantomeno, la compagnia è buona.

mercoledì 17 febbraio 2010

Presentazione a Roma



Mercoledì 24 febbraio -ore 18,15 (ingresso libero)
Presentazione del libro I RICERCATORI NON CRESCONO SUGLI ALBERI (ed. Laterza)
con la presenza di Francesco Sylos Labini e la partecipazione di:
Roberta Carlini, giornalista economica di www.ingenere.it, Espresso, www.sbilanciamoci.info

Marco Cattaneo, Direttore responsabile
di Le Scienze, ed. italiana di Scientific American

Giovanni Bachelet deputato PD e professore di fisica all'Università di Roma
Libreria Koob Via Luigi Poletti 2, 00196 Roma (Quartiere Flaminio, Piazza Mancini)

lunedì 15 febbraio 2010

Seminario "Nuove istituzioni per la conoscenza":




"Laboratori precari" presenta:

Quale futuro per la ricerca?
Crisi dell'università e economia della conoscenza
4 seminari per comprendere meglio la catastrofe del tempo presente. 4 incontri per discutere come uscirne.
Il primo appuntamento è il seguente: martedì 16 febbraio ore 11 aula Rasetti, Vecchio Edificio di Fisica - Università "La Sapienza"
"Nuove istituzioni per la conoscenza" Ne discutiamo con l'on. Walter Tocci e Francesco Sylos-Labini. All'università e alla ricerca italiana serve una riforma: ma quale? Se ne discuterà a partire dal documento di Walter Tocci "Quale riforma per l'università"e dal libro di Francesco Sylos-Labini e Stefano Zapperi.

venerdì 12 febbraio 2010

La ricerca senza futuro (Recensione su Europa)


Le critiche e i suggerimenti sull’università di due cervelli “non in fuga”

I ricercatori non crescono sugli alberi. Ma, dal momento che l’albero della cuccagna non esiste, la metafora va oltre la fine di Pinocchio nel paese dei balocchi, vittima del gatto e della volpe. Perché dipende dove si piantano gli alberi della ricerca: in Italia – si sa – il terreno è sempre più arido. E così, mentre all’estero la ricerca è feconda, il Belpaese resta al palo, pur registrando le sue eccellenze in ambito formativo. Una china preoccupante del settore – e non è certo una novità –, con il suo progressivo slittamento verso una irreversibile perdita di qualità e competitività complessiva, aggravata da certa politica dello struzzo dalle decisioni legislative sbagliate, segnate da mera somministrazione di placebo, in luogo di un incisivo e organico progetto culturale, sostenuto da imprenscindibili e adeguati finanziamenti. Risultato, un processo di ricerca-innovazione- competitività in evidente affanno.
A fotografare questa situazione, Francesco Sylos Labini, fisico in forze all’Istituto dei sistemi complessi del Cnr, presso il centro Enrico Fermi di Roma e Stefano Zapperi, fisico ricercatore presso il Cnr di Modena, nel libro edito da Laterza, intitolato appunto I ricercatori non crescono sugli alberi.
Ma, cosa può aggiungere di nuovo questo contributo, dal momento che negli ultimi anni anche le più prestigiose riviste scientifiche internazionali hanno lanciato l’Sos sulla scienza italiana? E con relativo (e noto) cahier de doléances: lo stato sempre più critico della nostra ricerca, la sua gestione senza prospettive, il processo di marginalizzazione e provincializzazione della nostra università, la cronica mancanza di finanziamenti e la loro immancabile riduzione da parte del governo di turno, con tanto di sgomento e preoccupazione, pensando al glorioso passato scientifico e ai contributi di qualità, circoscritti sì ad alcuni campi, ma tuttora visibili.

Ma, ci chiedevamo: perché questo saggio? Intanto perché a scriverlo sono due ottimi scienziati, peraltro «due cervelli non in fuga» – dato questo, tutt’altro che trascurabile –, entrambi rientrati in Italia dopo un periodo all’estero, dunque insoddisfatti, anzi indignati della situazione di casa nostra, ma per nulla disposti ‹‹a continuare a lamentarci del sistema diventandone piano piano parte integrante, adeguandoci infine ai suoi meccanismi››. Ecco, soprattutto, Sylos Labini e Zapperi non si piangono addosso: nello snocciolare i vizi (tanti) e le virtù (poche) della ricerca e dell’educazione terziaria in Italia negli ultimi anni, denunciano quello che vivono ogni giorno sulla propria pelle, ‹‹la refrattarietà del sistema ad incoraggiare la ricerca di qualità››, puntando subito sul propositivo, suggerendo cosa fare per uscire dalle secche della crisi.
A iniziare dai mali strutturali: fondi magri per la ricerca e progressivo invecchiamento delle risorse umane. Sì, perché se la ricerca e l’innovazione sono le chiavi della competitività, è chiaro che bisognerebbe disporre di cospicue risorse, pubbliche e private: qui spunta l’1,6 per cento, l’ormai famigerata percentuale – i due ricercatori ne danno conto nell’emblematico paragrafo intitolato “La solita litania” – che va alla spesa pubblica per l’istruzione universitaria, calcolata su quella totale, e che secondo i parametri della Strategia di Lisbona dovrebbe essere del 3 per cento. Pochi soldi e anche distribuiti male, senza criteri di valutazione del merito: ‹‹Gli “atenei virtuosi” – spiegano gli autori – sono quelli con i conti a posto e non con alti standard formativi o promotori di ricerca di qualità››.

E la valutazione? A tale proposito, gli autori avvertono come le procedure, legate al merito e alla peer review, non siano immuni da innumerevoli distorsioni. Quanto all’altro punto, l’invecchiamento del personale docente, fenomeno di lungo periodo, che non mostra alcun segnale di rallentamento, il libro – peraltro ricco di dati e, soprattutto, di puntuali critiche su tutte le tematiche affrontate, che stimolano alla riflessione e al dibattito – ne dà conto: in Italia solo il 2 per cento dei docenti universitari ha meno di 30 anni, contro il 15 per cento della Germania o il 13 per cento della Gran Bretagna. Invece, i nostri docenti con oltre 50 anni di età sono il 56 per cento, contro il 31 per cento della Germania o il 16 per cento della Gran Bretagna.
E, ancora, i soliti altri mali: baronie, nepotismo, concorsi truccati, pensionamenti, turnover, assoluta incapacità di attrarre ricercatori e docenti stranieri, “fuga dei cervelli”. Punctum dolens quest’ultimo – Usa e Canada, per esempio, spesso risucchiano i nostri cervelli in danarosi centri di ricerca di alto livello – e dire che le qualità per competere ci sono, eccome.
Un esempio? All’European research council l’Italia si è classificata al primo posto, a pari merito con la Germania.

Quindi, la critica alla cattiva politica, ai tagli targati Tremonti-Gelmini del 2008 e all’interesse teorico ma non operativo dell’opposizione. Ci sorge spontanea almeno una chiosa al decreto Gelmini: non si può burocratizzare la ricerca, né accentrarla al ministero.

La soluzione a tale sfascio e sfasciume? Sylos Labini e Zapperi vogliono alberi patrii cui appendere il futuro della ricerca. Con un punto fermo: finanziamento pubblico alla ricerca e all’alta formazione. E sordi alle sirene neoliberiste, che vorrebbero un’università privatistica. Perché l’innovazione va perseguita: ‹‹Il finanziamento alla ricerca, se ben gestito, non è un costo ma l’investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e per quello delle nuove generazioni››.

mercoledì 10 febbraio 2010

Il paradosso italiano


Puo' sembrare un paradosso che le universita' italiane siano sempre posizionate molto basse nelle classifiche internazionali, ed allo stesso tempo i ricercatori italiani in alcuni campi siano molto visibili internazionalmente. Per esempio in questo articolo The Italian Paradox (CNRS magazine) si nota che: "Statistics on scientific research in Italy reveal a striking contradiction. While the country's R&D ressources significantly lag behind those of other major economies, its output, in terms of scientific publications, is not only one of the most prolific in the world, but also highly recognized in several fields". In Italia vi sono grandi differenze di qualita' da campo a campo ed anche all'interno dello stesso campo, dunque e' difficile che un indicatore macroscopico (quanto vale un'intera universita') rifletta fedelemente la situazione. Studi sulla performance dei paesi in base all'indice di Hirsch mostrano che vi sono alcuni campi (informatica, fisica, matematica, neuroscenze) in cui l'Italia si classifica bene, ed altri (economia, biologia vegetale) in cui va peggio. Per come e' fatto il sistema italiano, e' necessaria un'analisi analitica ed approfondita della produttivita' scientifica e della qualita' didattica. Con questo non concludiamo che il sistema attuale vada bene, ma anzi che vada riformato profondamente, cercando di valorizzare quanto di buono esce dalle nostre universita' ed enti di ricerca, rimanendo comunque all'interno del sistema pubblico. Infine, non disperiamo che qualche privato di buona (ottima) volonta' si ingegni per creare qualche universita' privata seria e non una sorta di liceo per corrispondenza o l'ennesima istutuzione privata basata su fondi statali.


Qui' sotto riportiamo una lettera a Repubblica 9.2.2010 in cui si fa cenno a questo problema.

lunedì 8 febbraio 2010

Recensione di Tommaso Maccacaro (da La Scienza in Rete)


Sono molti i libri usciti negli ultimi anni che trattano della crisi della ricerca scientifica e dell’Università in Italia e recentemente sembra vi sia stata addirittura una accelerazione nella pubblicazione di questa saggistica. Già questo può essere considerato un indicatore del crescente malessere di chi, per una ragione o per un’altra, si relaziona con questo settore, così importante, della nostra società. I titoli sono istruttivi: L’università dei tre tradimenti; Tre più due uguale a zero; La scienza negata; La ricerca tradita; L’università italiana: un irrimediabile declino?; L’università truccata; ….

I ricercatori non crescono sugli alberi di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi (Saggi Tascabili Laterza, 118 pagine per 12,00 €) si è recentemente aggiunto alla lista contribuendo, con un altro tassello, a un quadro sempre più deprimente che descrive il declino di un paese incapace di riconoscere all’Università e alla ricerca scientifica l’importanza che loro deriva dall’essere, soprattutto al tempo della società della conoscenza, i cardini su cui ruotano lo sviluppo e il benessere futuro di un paese.

Sylos Labini e Zapperi, due fisici che si occupano l’uno di astrofisica, cosmologia e fisica teorica presso l’Istituto dei sistemi complessi del CNR a Roma, e l’altro di fisica dei materiali disordinati presso il CNR-INFM di Modena, applicano al loro saggio lo stesso rigore cui sono abituati nel lavoro quotidiano di ricerca e forniscono numeri e dati per documentare la loro analisi. Toccano sì i temi su cui anche altri si sono soffermati: l’ormai cronica mancanza di risorse, le baronie e i nepotismi, la burocratizzazione del sistema, la mancanza di una politica organica di reclutamento – e lo fanno con grande chiarezza e consecutio logica – ma offrono anche una puntuale analisi della demografia universitaria (su cui gli autori vanno insistendo da tempo) e un lucida spiegazione della necessità della gestione e del finanziamento pubblico alla ricerca. Leggete il secondo capitolo del libro – un’università invecchiata – e capirete come sia possibile che gli autori, maturi quarantenni, siano, per il nostro sistema, ancora ragazzi. Sul tema della valutazione poi offrono una discussione critica dell’utilizzo di indicatori classici come il numero di citazioni e l’indice di Hirsch o dell’impact factor.

È un libro, questo I ricercatori non nascono sugli alberi, che vale senz’altro la pena leggere (e si legge rapidamente e con interesse) e che raccomando a coloro che vogliono capire come mai, anno dopo anno, il nostro Paese perde posizioni nelle classifiche internazionali costruite per valutare la crescita, la capacità di innovazione, le prospettive di sviluppo, lo stato di benessere dei vari paesi.

Perché per dirla con Sylos Labini e con Zapperi “il finanziamento alla ricerca, se ben gestito, non è un costo ma l’investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e quello delle nuove generazioni”. Ma questo concetto, in Italia, è purtroppo ancora patrimonio di pochi.


Tommaso Maccacaro (La Scienza in Rete)


mercoledì 3 febbraio 2010

lunedì 1 febbraio 2010

Intervista a Linea Notte TG3


Martedi' 2 febbraio 2010 abbiamo presentato il libro a Linea Notte TG3 (per vedere il video altro link qui) ore 24.00-01.00 (dal minuto 48 in poi)

giovedì 28 gennaio 2010

Recensione di Pietro Greco su l'Unità


Sull'Unità online Pietro Greco ha scritto una recensione al libro

I ricercatori non crescono sugli alberi. E, in ogni caso, in Italia il terreno dove nascono gli alberi della ricerca è sempre più arido. Qualcuno sta drenando via l’acqua residua, in un ambiente che non è mai stato particolarmente umido.

Il messaggio che Francesco Sylos Labini, fisico in forze all’Istituto dei Sistemi Complessi del CNR, e Stefano Zapperi, fisico e ricercatore presso il CNR di Modena, hanno affidato a un libro denso di numeri e di idee appena uscito con l’editore Laterza (I ricercatori non crescono sugli alberi; Laterza; pp. 118; euro 12,00) non è certo nuovo. Molti (anche se non moltissimi) hanno descritto in tempi recenti la condizione di estrema difficoltà che caratterizza la ricerca scientifica e l’educazione terziaria in Italia. Eppure questo libro spicca sugli altri e merita di essere letto tutto d’un fiato – e poi a lungo meditato – per due motivi.
Primo: la descrizione dell’Italia della ricerca e dell’alta educazione è documentata ed equilibrata come poche. Ricca di numeri, appunto. Ma soprattutto di chiavi interpretative. Che ci restituisce tutta la complessità di un settore che, nel suo declino, segna il declino del paese.
I mali strutturali della ricerca e dell’università emergono in maniera chiara: mancanza di risorse economiche e progressivo invecchiamento delle risorse umane. C’era da aspettarselo, d’altronde. Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi hanno descritto prima e meglio di altri l’anomalo aumento dell’età media dei nostri ricercatori. Per intenderci: in Italia solo il 2% dei docenti universitari ha meno di 30 anni, contro il 15% della Germania o il 13% della Gran Bretagna. Al contrario, i docenti con oltre 50 anni in Italia sono il 56% del totale, contro il 31% della Germania o il 16% della Gran Bretagna. A questi mali strutturali occorre aggiungere quelli culturali: da un lato, le baronie e il nepotismo; dall’altro, l’assoluta incapacità di attrarre ricercatori e docenti stranieri.
Secondo: dopo l’attenta diagnosi il libro prende una posizione netta e precisa sulla terapia. È possibile ed è necessaria una riforma organica del sistema di ricerca e dell’alta educazione nel nostro paese. Che si ponga sia il problema di una maggiore quantità di risorse (finanziarie e umane) sia il problema di una loro più razionale e giusta distribuzione. Ma sia il sistema di ricerca sia il sistema di alta formazione devono restare pubblici. Non vanno ascoltate le sirene neoliberiste che vorrebbero privatizzare l’università e subordinare alle (presunte) necessità delle imprese il sistema di ricerca.
L’opzione pubblica è l’unica in campo. Non per motivi ideologici. Ma per motivi di fatto. In nessun paese, mai le imprese private seguendo le regole del mercato hanno creato un sistema di ricerca solido e una sistema di alta formazione valido. E il motivo è molto semplice: perché si tratta di investimenti di lungo termine con effetti imprevedibili. In tutti i paesi avanzati – compresi gli Stati Uniti – è lo stato che crea e finanzia la ricerca scientifica e la gran parte dell’alta formazione. Perché è l’unico che ha le risorse ed è l’unico che ha la pazienza.
Ecco, dunque, la ricetta. Tapparsi l orecchie e lasciare cantare a vuoto le sirene neoliberiste. Lavorare perché anche lo stato italiano faccia come la gran parte degli stati europei, del Nord America e dei paesi emergenti: inizi a considerare la spesa in ricerca e sviluppo e nell’alta educazione non come una spesa, ma come un investimento strategico.
Ciò è tanto più vero, aggiungiamo noi, in un paese in cui il sistema produttivo – unico in tutto il mondo cosiddetto avanzato – non solo ha scelto un «modello di sviluppo senza ricerca e senza alta formazione», ma non ha neppure piena cognizione che è a causa di questa scelta che oggi ha difficoltà a reggere il passo degli altri.

27 gennaio 2010

mercoledì 27 gennaio 2010

Intervista a Radiopopolare Roma


Mercoledi' 27 gennaio alle ore 12.40 Roberta Carlini intervista Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi su radiopopolare Roma nell'ambito del programma sbilanciamoci.info. La trasmissione puo' essere seguita in Streaming. Il podcast e' qui'

martedì 26 gennaio 2010

Alla ricerca della ricerca perduta. Un libro e un blog


Recensione (e commenti) di Roberta Carlini dal sito Sbilanciamoci.info
Vedi anche articolo su Il Manifesto (e commenti)

24/01/2010

"I ricercatori non crescono sugli alberi": un saggio di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi sui mali dell'università. E sulle ricette per venirne fuori, collettivamente

Nel palazzone del Cnr, in piazzale Aldo Moro a Roma, c’è una grande biblioteca nella quale sono consultabili le riviste scientifiche di tutto il mondo. Peccato che non ci siano i ricercatori, gradualmente decentrati per far posto al corpaccione amministrativo (oltre 2mila persone, due amministrativi o tecnici ogni 3 ricercatori). Poco male, si dirà, tanto c’è l’abbonamento internet. Peccato però che anche in rete le riviste siano accessibili solo dalla sede centrale, salvo pagarsele.
Il caso della biblioteca del Cnr è solo un piccolo esempio di vita vissuta all’interno di un quadro generale dei mali (e del bene) della ricerca e dell’università in Italia, fatto da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi in un libro appena uscito, “I ricercatori non crescono sugli alberi” (Laterza, 2009, 12 euro). Libro scritto dai due autori “per fatto personale”: sono entrambi ricercatori di fisica, entrambi rientrati in Italia dopo un periodo all’estero, scontenti, anzi indignati, del sistema italiano, ma determinati a scongiurare un rischio: diventare degli ex-giovani brontoloni, “continuare a lamentarci del sistema diventandone piano piano parte integrante, adeguandoci infine ai suoi meccanismi”. Qualche tempo fa hanno pubblicato un articolo sull’invecchiamento del corpo docente ("lo tsunami dell'università italiana") che ha avuto molta risonanza e anche qualche effetto politico, adesso pubblicano questo libro e lo mettono in discussione aperta in un blog: http://ricercatorialberi.blogspot.com/.
Punto di partenza - e di arrivo - del saggio è il sistema pubblico dell’università e della ricerca. Il sistema dei baroni che si tengono stretti gli allievi, degli allievi che non devono superare il maestro, dei ricercatori che quando entrano in ruolo hanno già i capelli bianchi, degli ultrasettantenni che non vogliono lasciare la cattedra (il che sarebbe anche bello) e soprattutto non mollano il potere (il che è meno bello), dei tagli del governo che stanno portando gran parte degli atenei sull’orlo del fallimento. Al contrario di quanto succede nella gran parte della pamplhettistica sull’università italiana, qui l’elenco delle malefatte non è connesso a una ricetta privatizzatrice. Si contestano dunque alcuni luoghi comuni, con dati e analisi - spesso assai tecniche, ma il cui esito è comprensibile ai non addetti ai lavori. E si evita di alimentare ancora l’aneddotica sul malcostume accademico, concentrandosi su alcuni nodi che possono spiegare come un sistema così si sia potuto formare e abbia potuto crescere. E tra i tanti punti analizzati, quello cruciale, che a catena produce altri problemi, è l’assenza della valutazione indipendente, dei ricercatori e dei loro risultati.
Gli autori non si nascondono e non ci nascondono i problemi che ci sono nei meccanismi della valutazione “tra pari” (peer review), il gran dibattito che c’è sugli indici legati alle pubblicazioni e alle citazioni, la necessità di essere sempre vigili contro qualsiasi illusione di una valutazione “automatica”: pure, dicono, c’è la possibilità di valutare la qualità della ricerca che si fa, e distribuire poi i soldi in base a questa valutazione; e sarebbe bene stare ai fatti, a quel che esce dalle nostre università e dai nostri enti di ricerca, invece di impastoiarsi nelle regole sulla selezione all’ingresso, inventarsi improbabili sorteggi o affidarsi alle virtù salvifiche di un sistema privato che, in crisi adesso anche negli Usa, in Italia non ha mai scucito un euro per la ricerca.
La scelta di fare delle proposte, e dunque esporsi anche a un dibattito su queste, fa uscire il lavoro di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi dall’elenco dei libri-lamentela. Ciò non vuol dire che non ci sia da fare denunce, e tante. In particolare, l’analisi del ciclone Tremonti-Gelmini che con i tagli decisi nel decreto d’esordio del governo nel 2008 ha condannato a morte sicura parecchie università; e tale destino, nonostante tutto il gran parlare di merito e valutazione, è legato a dinamiche di spesa, come quella per le retribuzioni, su cui poco possono incidere. Il tutto in un contesto nel quale la spesa pubblica per l’istruzione terziaria è già a livelli minimi nei confronti internazionali - ove questi siano fatti con criteri omogenei (qui gli autori contestano l’operazione compiuta dall’economista Roberto Perotti che, volendo svelare i conti dell“università truccata”, ha corretto la spesa pubblica per studente escludendo dal computo i fuori-corso).
Ma non è solo questione di soldi, ripetono gli autori del libro. Un esempio: ci sono stati pochi soldi per assumere i nuovi ricercatori, è vero. Però è anche vero che i pochi soldi che c’erano sono stati in gran parte spesi per promuovere gli associati a ordinari e (di meno) i ricercatori ad associati. Scelte legittime, nell’autonomia delle singole università: ma anche sospette, dato che è evidente che i futuri ricercatori non votano per gli organi accademici, chi è dentro sì. E nell’insieme la scelta di promuovere gli interni invece di assumere gli esterni ha fatto diventare molto piccola la base dell’università (i ricercatori), più pesante il vertice (gli ordinari), e allargato moltissimo l’esercito degli esterni, i precari, che secondo il governo non sono più del 5% e che invece tutte le indagini qua e là fatte stimano tra il 30 e il 40% del corpo docente. Adesso gran parte del lavoro nelle università si basa su questa enorme massa che formalmente è ancora fuori dalle porte degli atenei, e che entra con il contagocce ove pensionamenti, alchimie concorsuali e tetti lo consentono. O va a cercare alberi stranieri a cui appendere il suo futuro - sperando magari di rientrare in quota “cervelli”, per i quali è stato approntato dal sistema pubblico dell’università un apposito sito, detto http://cervelli.cineca.it.

Tra la corrente di pensiero dominante e governante, che considera il sistema pubblico dell'università e della ricerca più o meno come i reaganiani consideravano lo Stato (una brutta bestia da affamare, per lasciare campo libero a meravigliose sorti mercantili), e una linea di difesa prevalente che si arrocca nella difesa dell'esistente, il libro di Sylos Labini e Zapperi fornisce una terza via realistica e radicale: la bestiaccia universitaria si può guarire senza ammazzarla. Troppo ottimisti? Il dibattito prosegue sul blog.

lunedì 25 gennaio 2010

Recensione su greenreport.it


Il sito greenreport.it ha pubblicato una recensione al libro.
"Greenreport
ha evidenziato più volte come il mondo della ricerca abbia difficoltà a comunicare se stesso, a uscire dalle riviste scientifiche e presentarsi al mondo reale. Francesco Sylos Labini (Istituto dei sistemi complessi del Cnr, presso il centro Enrico Fermi di Roma), e Stefano Zapperi (fisico ricercatore al Cnr di Modena), hanno appena pubblicato per Laterza un saggio che analizza lo stato di salute della ricerca italiana, propone soluzioni e non nasconde i suoi obiettivi, tra cui quello «della qualità dell'informazione scientifica sui media, perché solo un'informazione corretta può dare una rappresentazione del problema che non sia distorta o artificialmente semplificata».

Forse proprio in questa frase è nascosto l'errore: sempre nell'introduzione ma poche righe sotto, Sylos Labini e Zapperi scrivono che «un'opinione pubblica matura e informata deve saper apprezzare e capire l'importanza strategica della ricerca, il suo ruolo nel progresso tecnico e scientifico della società, e anche la sua rilevanza per gli sviluppi applicativi e le ricadute economiche».

Semplicemente, se - e questo è giustissimo - bisognerebbe attendersi una risposta dall'opinione pubblica, allora anche la scienza dovrebbe non tanto informare, quanto comunicare sé stessa: il linguaggio e l'esclusività delle pubblicazioni scientifiche infatti, mal si adattano a un'opinione pubblica educata e cresciuta a base di ben altri messaggi... soprattutto in prima serata...

Quello della comunicazione scientifica è quindi un vulnus che i due ricercatori mettono a nudo nel loro libro anche successivamente, quando confrontano il rapporto che contiene le relazioni di tutti i dipartimenti del Cnr ("256 pagine fitte di testo, [...] un tomo purtroppo illeggibile: vi è una lista infinita e incoerente di risultati, collaborazioni, finanziamenti. Non si capisce quali siano i risultati veramente importanti che il Cnr potrebbe e dovrebbe realizzare [...] sembra insomma che questo documento non sia stato scritto perché qualcuno lo potesse leggere, ma perché qualche regolamento ne prevedeva la stesura") con il rapporto del Cnrs francese ("veste grafica accattivante in cui vengono elencati i principali risultati scientifici divisi per campi disciplinari [...] l'impressione è quella di una rapporto rivolto al lettore [...] al quale se ne affiancano altri per il grande pubblico che mostrano quello che fa per il Cnrs per la società e il suo impatto economico").

Il tema del difficilissimo rapporto tra la scienza e la comunicazione, tra gli scienziati e i media e poi l'opinione pubblica, è ripreso più volte nel corso del libro dai due studiosi che non a caso citano "lo spazio sproporzionato (concesso dai media, ndr) «a casi di pseudo-scienziati che propongo idee che non sono neanche discusse dalla comunità scientifica». E qui ritorniamo a un altro vecchio punto fermo delle riflessioni su greenreport: la mancanza in Italia di giornalisti specializzati (diciamo preparati) sui temi scientifici ( e ambientali) che ha come risultato, quando va bene, il dispensamento equo di spazio a voci contrastanti, anche se spesso una voce è quella più o meno riconosciuta dalla comunità scientifica mondiale e l'altra è la voce del santone di turno che spacciandosi per scienziato ottiene lo stesso spazio presentando un'idea che il sistema (perfettibile ma sufficientemente affidabile) del peer review ha già confutato.

Sarebbe riduttivo limitare al solo aspetto comunicazionale la recensione di questo libro che in modo propositivo fotografa vizi (tanti) e virtù (poche, "e non grazie, ma nonostante il sistema") della ricerca e dell'istruzione terziaria, «settori strategici nei quali l'investimento dovrebbe essere considerato indispensabile al progresso economico e culturale del paese, soprattutto nei momenti di crisi».

Tralasciando altre questioni fondamentali ma piuttosto "tecniche" relative a pensionamenti, scatti di anzianità, turnover, ingressi a ruolo, baronati, Sylos Labini e Zapperi affrontano con un interessantissimo punto di vista interno altre questioni centrali per lo sviluppo e per il futuro di un Paese, come la valutazione del merito, totalmente ignorato in Italia fino al gennaio del 2009, quando alcune modifiche al decreto Gelmini puntavano «a ridurre gli sprechi nelle università» prometteva «concorsi più trasparenti» annunciava la valorizzazione degli studenti meritevoli.

In realtà, spiegano gli autori del libro, gli «atenei virtuosi» sono quelli «con i conti a posto e non con alti standard formativi o promotori di ricerca di qualità. Di nuovo la valutazione della qualità non viene considerata nella distribuzione delle risorse e si guarda solo all'aspetto finanziario».

Quindi non solo pochi soldi alla ricerca (le cifre sono snocciolate nel capitolo "la solita litania" e presentano l'ormai famigerata 1,6%, percentuale che va alla spesa pubblica per l'istruzione universitaria calcolata in rapporto alla spesa pubblica totale, e che secondo i parametri della Strategia di Lisbona dovrebbe essere del 3%), ma anche distribuiti male, senza criteri di valutazione del merito e senza soprattutto, aggiungiamo noi, un indirizzo dato a che tipo di ricerca si ritiene sia più utile per il futuro del Paese.

Qui entra in ballo l'ipotesi ampiamente pubblicizzata di questi tempi di una riforma che privatizzi l'università italiana e quindi anche la ricerca, sulla quale i due ricercatori hanno idee molto chiare, ma che possono essere riassunte con la citazione di un esempio: «Quando Einstein formulò nel 1915 la teoria della relatività generale non si sognava certo di contribuire, a distanza di cento anni, allo sviluppo di importanti applicazioni pratiche. Questo è proprio quello che è avvenuto negli anni Novanta con la tecnologia Gps (Global positioning system) che permette tramite una rete satellitare, di calcolare la posizione di un ricevitore con un'approssimazione di un metro, tenendo conto proprio delle correzioni relativistiche. Questo semplice esempio mostra come uno dei motivi principali per cui la ricerca di base debba essere finanziata con fondi pubblici risieda proprio nella scala di tempo necessaria alla ricaduta dell'investimento. Nessun privato può permettersi di fare un investimento che da una parte è inevitabilmente ad alto rischio e dall'altra richiede generalmente una scala di tempo molto più lunga di qualsiasi intervallo temporale accettabile da un singolo individuo» (e da qualsiasi azienda privata).

Per arrivare alle considerazioni finali da parte dei due ricercatori: «solo un'inversione di rotta nella politica della pianificazione, del finanziamento e della gestione del sistema università-ricerca potrebbe rendere l'università italiana competitiva e attraente per un ricercatore straniero. Appare evidente che al competitività del nostro Paese deve basarsi sull'innovazione tecnologica [...] perché i Paesi che non sapranno mantenere una ricerca di qualità non potranno stare al passo dei sempre più rapidi cambiamenti economici dovuti allo sviluppo della conoscenza [...] la questione della crisi energetica e della crisi ambientale, ad esempio, può essere affrontata solo in un quadro in cui l'innovazione giochi un ruolo chiave».

Fonte originale

giovedì 21 gennaio 2010

Saving Italian Science


(Questo brano, tratto dal libro "I ricercatori non crescono sugli alberi" che sara' in libreria da venerdi' 22 gennaio 2010, e' stato pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 21 gennaio 2010) .

Saving Italian science. Questo è il titolo di un articolo apparso alcuni anni fa su una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali1. Non è che uno dei tanti articoli che sempre più spesso vengono pubblicati sulle principali riviste scientifiche del mondo per denunciare lo stato sempre più critico della ricerca in Italia, la sua gestione senza prospettiva, la cronica mancanza di finanziamenti, e la loro immancabile riduzione da parte del governo di turno. La preoccupazione percepita internazionalmente è anche dovuta al fatto che il contributo italiano è ancora visibile in alcuni campi della ricerca. Gli scienziati italiani di prestigio e i giovani ricercatori appena emigrati verso le più accoglienti università europee o americane guardano afflitti alla decadenza del sistema nel loro paese d’origine. Sui mezzi di comunicazione italiani si torna a discutere ciclicamente dei problemi dell’università e della ricerca, puntando però l’attenzione soprattutto sui casi di «mala università». La situazione diventa sempre più disperata, e forse la cosa più allarmante è che nell’opinione pubblica e in chi dirige il sistema università-ricerca non si vede alcuna reale preoccupazione per la perdita di competitività del sistema. Sembrano mancare una visione realistica dello stato delle cose ed una prospettiva di riforma lungimirante. I tagli ricorrenti ai finanziamenti per la ricerca immancabilmente scatenano polemiche, spesso inefficaci. Saltuariamente si legge di uno dei problemi più scottanti generati dalla deriva del sistema universitario: la grande quantità di giovani che non riescono ad entrare nel sistema e che sono quindi forzati ad emigrare o a rimanere in Italia in condizioni disastrate. A volte quando discutiamo del problema della ricerca in Italia con un collega straniero, sia esso francese o spagnolo, inglese o americano, ci rendiamo conto che la prima difficoltà sta proprio nel descrivere come funziona il sistema italiano, con i suoi oscuri meccanismi di finanziamento e le incomprensibili regole che ne governano la dinamica.

(...)

Quando si parla di finanziamenti alla ricerca, il mondo politico in genere fa molte promesse, spesso però contraddette dai fatti. Le promesse sono state particolarmente generose da parte del governo Prodi, che aveva collocato la ricerca scientifica e l’istruzione universitaria tra i punti cardine del programma. Ma vediamo, al di là dei proclami, cosa è veramente successo nell’ultimo decennio con il finanziamento alla ricerca di base. Il Ministero ogni anno co-finanzia programmi di ricerca di rilevante interesse nazionale (PRIN) proposti dalle università e dagli osservatori astronomici, astrofisici e vulcanologici. L’attuazione dei programmi ha durata biennale e comprende gran parte dello scibile umano. Il finanziamento PRIN, comunque non arriva all’1% del totale del finanziamento all’università. Si può notare come nel 2006 (governo Prodi) vi sia stato un calo del 30% circa dei finanziamenti, cosicché il già non generoso sostegno alla ricerca di base è diminuito, da circa 130 a poco più di 80 milioni di euro, proprio nel periodo in cui al governo si è insediato lo schieramento politico che, almeno a parole, ha sempre manifestato un grande interesse per la ricerca. Il governo successivo ha agito comunque in piena continuità con il precedente, con i già menzionati tagli targati Tremonti-Gelmini. La ricerca in Italia è dunque trattata come una sorta di bene di lusso cui si può rinunciare quando i soldi scarseggiano. Ricordiamo, ad esempio, i 30 milioni di euro concessi nel 2007 dal governo Prodi agli autotrasportatori, sottratti direttamente dai fondi per la ricerca. In sostanza, il modo con cui negli ultimi anni è stato affrontato il problema della ricerca si basa su soluzioni inadeguate ed estemporanee, come gli osservatori più attenti hanno notato e i diretti interessati hanno sperimentato sulla propria pelle. Senza entrare nei dettagli, ricordiamo che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha promesso nel suo programma elettorale di raddoppiare gli investimenti federali nella ricerca di base in dieci anni, concentrando l’attenzione su scienze della vita, fisica, matematica e ingegneria; aumentare le borse di studio per giovani ricercatori; stimolare la ricerca sulle cellule staminali anche embrionali, eliminando il divieto sul finanziamento federale che George W. Bush aveva approvato nel 2001; utilizzare per la ricerca scientifica gli embrioni soprannumerari, senza crearne appositamente di nuovi. Lo aveva promesso e ha cominciato a farlo già nei primi mesi di governo.

venerdì 15 gennaio 2010

Valutazione, Impact Factor e Gaussiane




Il problema di come valutare un articolo scientifico e' complesso e richiede un'analisi approfondita. Nel nostro libro ne diamo una introduzione. Qui ci soffermiamo su una particolare maniera di quantificare l'impatto (e quindi la qualita') di un articolo scientifico, l'impact factor (IF). L’ IF di una rivista è ottenuto contando le citazioni ottenute in un anno dagli articoli pubblicati nei due anni precedenti. Il problema e' se l'IF sia una misura significativa o meno dell'impatto di un singolo articolo pubblicato su quella rivista. Vi e' a questo proposito una ampia bibliografia (vedi ad esempio qui) che sconsigliano l'uso dell'impact factor in sede di valutazione. Avrebbe un senso affermare che l'IF di una rivista rifletta l'IF di ogni articolo pubblicato su quella rivista, se la distribuzione delle citazioni fosse molto stretta intorno ad un valore medio (ad esempio una Gaussiana) questo significherebbe che il valore medio e' rappresentativo per ogni articolo. Tuttavia non e' questo il caso. La distribuzione e' molto larga. Questo significa che valori molto lontani dal valore medio sono sufficientemente probabili.

Nelle figure (in scala lineare e logaritmica) sono riportate (asse x) il numero citazioni c ed in asse y il numero di articoli P(c) con c citazioni per gli articoli pubblicati sulla rivista di fisica Physical Review Letters negli anni 1982-2006, 1982 e 2000 (cortesia di Claudio Castellano --- ci sono vari studi pubblicati su questo argomento come ad esempio questo. ). La linea verticale indica il numero di citazioni medie per gli anni 1982-2006. La caratteristica significativa e' che le distribuzioni delle citazioni hanno la stessa forma nei differenti casi. Si vede infatti che la maggior parte degli articoli ha ottenuto poche citazioni ma vi e' un numero considerevole di articoli con tante citazioni (>200) . Studi di questo tipo portano alla conclusione che data la grande dispersione dei valori, l'IF per classificare un singolo articolo non ha senso. Valutando una pubblicazione in base all’IF si potrebbe giungere al risultato paradossale di considerare più meritevole un articolo mai citato e pubblicato sulla rivista A, di un articolo citato da centinaia di persone e pubblicato sulla rivista B solo perché l’IF della rivista A è più alto di B. Bisogna senz'altro valutare la ricerca e usare anche parametri quantitativi, ma bisogna farlo in maniera sensata.